Santi, ferite e politiche ecclesiali

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Ho aspettato un po’ a scrivere della beatificazione di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII, perché mi venivano in mente solo cose banali e volevo rifletterci sopra. Detto che nessuno aveva creato problemi riguardo al Papa “buono”, ne erano invece emersi, e non pochi, in riferimento a Woytila. Tra tutte, segnalo due scelte giornalistiche: il pezzo di don Paolo Farinella, durissimo ma, almeno personalmente, in parte condivisibile (per chi volesse leggerlo: qui); e l’intelligente (giornalisticamente) scelta di pubblicare il pensiero dei due papi attuali (quello regnante e quello emerito, ma i testi furono scritti quando i due non erano ancora saliti al soglio di Pietro) sui due papi santi (vedi qui e qui).

Detto questo, aggiungo quel che ho pensato in seguito e che mi ha spinto a scrivere queste righe: ero, in effetti, imbarazzato: il problema mi sembrava e mi sembra sempre di più quello del significato della “santità” ufficializzata, più che quello di chi viene fatto santo. E trasformare questa faccenda in una questione di meriti (papa Giovanni meritava la beatificazione, Giovanni Paolo II no – o viceversa) mi è parsa drammatica in sé. E, pensando al passato, mi chiedevo: ha meritato l’onore degli altari una figura formidabile come Jeanne d’Arc, che aveva apparizioni d’angeli che la invitavano a difendere la sua patria e il suo re dagli inglesi? o l’ha meritata Bernardo di Chiaravalle che, oltre alle lodi di Maria, cantava anche inni al “malicidio”, insegnando all’Occidente che uccidere un infedele è moralmente giusto?

E proprio qui mi è venuto un pensiero: non è che, in tutta questa faccenda dell’elevazione agli altari (che brutta espressione!) ci si è dimenticati che, se ha un senso, la vicenda della santità ce l’ha proprio perché riguarda donne e uomini concreti, nella loro storia personale? E  allora, che abbiano fatto del male, che abbiano sbagliato, che non siano stati perfetti, non dovrebbe far parte proprio del riconoscimento di quel che la grazia di dio (e non loro) ha compiuto “con” loro? Detto più semplicemente: quando i vangeli ci parlano di Pietro, Giacomo, Tommaso, Maddalena; quando Paolo parla di sé…: insieme alla vicenda della santità (grazia di dio “con” l’uomo) non ci vengono messe in evidenza le loro profonde ferite? E, i vangeli, quelle ferite non hanno forse il coraggio di riconoscerle, anzi di svelarle davanti a tutti? Pietro è a lungo incapace di comprendere Gesù; eppure, è proprio in questa ferita della comprensione, che culmina nel “non conosco quest’uomo”, che ha origine quella santità particolare, unica, irrepetibile di Pietro! E così è per gli altri.

Ora, noi  rischiamo di ridurre la beatificazione in un’esaltazione dell’uomo, in un inno alla perfezione molto più pelagiano che cristiano. La gloria di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII e di tutti i santi dovrebbe mostrarci la fragilità dell’uomo “salvato” dalla grazia. L’impressione è, invece, che questi riti si trasformino (o rischino di trasformarsi) in glorificazione di una politica ecclesiale, che può piacere o no, ma non riguarda (ancora e perfettamente) il regno dei cieli.

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