Per una “resistenza” del “rinnovamento”

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Chi ha studiato un po’ di storia della Chiesa (ma, in verità, chiunque conosca un po’ gli uomini) si è trovato certamente di fronte a una delle domande inevitabili, obbligate dall’eterno pendolo tra “derive” e “ritorni all’essenziale”. Tutta la vicenda ecclesiale ha vissuto e vive della dialettica tra “allontanamento” dalle radici e “ritorno alle origini”.  Fu questo il centro della vicenda di Francesco d’Assisi, che si trovò a dover rispondere direttamente alla richiesta di dio: “Ripara la mia chiesa”, comprendendo solo lentamente che la riparazione non era semplicemente dovuta a uno spazio fisico (San Damiano…), ma a uno spazio sociale e, infine, interiore.

Ora, quando ci si trova di fronte a momenti ecclesialmente felici come quello attuale, di “respiro profondo”, di “abbandono degli orpelli”, di “ritorno alla povertà” e più se ne ha se ne metta, credo che vadano tenute presenti due cose, per non rischiare l’ingenuità e per non preparare una delusione peggiore.

1. Non basta “tornare alle origini”: occorre trovare il modo per “restarci”. Poiché gli entusiasmi sono fragili, quando siano soltanto emozionali. Il male (e non intendo forze metafisiche, ma molto più semplici inclinazioni alla pigrizia, al bisogno di potere, all’imborghesimento) non si spazzano via dalla Chiesa se si riforma lo IOR, ma se si riformano le coscienze di chi, con le istituzioni, per buone che siano, avrà a che fare. La “veglia dello spirito” è l’unico baluardo che abbiamo di fronte ai rischi continui di decadimento.

2. Francesco, con la sua vicenda, offre bene l’immagine di quel che si deve fare per “riparare la Chiesa”: innanzitutto occorre intervenire sulle strutture (dovunque vi sia una “cappella” che crolla:ì, può chiamarsi IOR o Curia romana, è lo stesso: se non si aggiustano le strutture non si dà visibilità al bene); ma a questo deve seguire una riforma della vita comune (non è necessario fondare un Ordine religioso, come Francesco, ma sì delle convivenze spirituali forti, per non pensare di essere profeti solitari di un bene che, sia chiaro, non ci appartiene); e infine occorre riformare se stessi, poiché senza una riforma interiore, a volte dolorosa e umiliante, non si va da nessuna parte. Anche Francesco, negli ultimi anni della sua vita, dovette comprendere che la cosa più difficile era rimanere fedele alla propria intuizione: anche quando si sentì abbandonato dai suoi stessi fratelli.

Solo attraverso questi tre passaggi e consapevolezze il “rinnovamento” sarà “resistente”.

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