I due testi più antichi sul celibato dei preti

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I due seguenti sono tra i più vecchi testi di tipo giuridico, a noi giunti, sull’obbligo del celibato per vescovi, preti e diaconi. Il primo è certamente il canone più antico che conosciamo. Il secondo, il più antico testo di un papa sull’argomento. La ragione del celibato è qui, chiaramente, legata alla purità rituale nell’ambito della sessualità, e non ad argomenti quali la dedizione totale alla Chiesa e al ministero (argomento più legato alla tradizione dei testi di san Paolo) o alla forma imitativa del celibato di Cristo.

 

1. Sinodo di Elvira (300ca) cann. 27.33

“Can. 27 – Il vescovo, o qualunque altro chierico, tenga presso di sé soltanto una sorella o una figlia vergine consacrata a Dio; è stato stabilito che non tenga presso di sé un’estranea.

Can. 33 – E’ stato stabilito per i vescovi, i presbiteri e i diaconi, come per tutti i chierici che hanno un ministero: si astengano dalle proprie mogli e non generino figli: chiunque lo avrà fatto sia allontanato dallo stato clericale.”

 

2. Siricio (+399), papa (384-399) Lettera Directa ad decessorem a Imerio di Terragona, vescovo, vii, 8-10 (385)

“c. 7, § 8 – (…) Abbiamo saputo infatti che molti sacerdoti di Cristo e leviti, molto dopo la propria consacrazione, hanno procreato sia dal loro stesso matrimonio che per mezzo di un turpe coito e difendono il proprio crimine dal precetto, con la scusa che nell’Antico Testamento era permesso ai ministri di generare.

§ 9 – Perché dunque si comandava ai sacerdoti di abitare nel tempio, lontano da casa, nell’anno del loro turno ministeriale? Chiaramente per questa ragione, cioè che non potessero avere commercio carnale con le mogli, così da offrire un dono accetto a Dio, rifulgendo dell’integrità della coscienza.

§ 10 – Perciò anche il Signore Gesù, avendoci illuminato con la sua venuta, testimonia nel Vangelo di essere venuto a compiere la Legge, non ad abolirla (Mt 5,17). Perciò volle che la Chiesa, della quale è sposo, irraggi lo splendore della castità, così che nel giorno del giudizio, quando verrà nuovamente, la possa (…) trovare “senza macchia ne ruga”. (Ef 5,27)”

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