La Chiesa, gli artisti e un grande dimenticato

cappella-sistina

La scorsa settimana sono stato invitato a tenere una giornata di riflessione su Paolo VI e l’arte. E’ stata per me l’occasione per riprendere in mano un paio di discorsi di questa grande figura di pontefice che soffre di una damnatio memoriae a mio parere inspiegabile. Se la Chiesa di Francesco è possibile, è in gran parte conseguenza della Chiesa di Paolo VI e di Giovanni XXIII. E’ paradossale, infatti, che tutti i cosiddetti progressisti invochino il Concilio Vaticano II, ma non sappiano fare memoria delle due figure che l’hanno reso possibile (di Giovanni XXIII si fa memoria, ma riducendolo a un’anima semplice, a un papa-contadino – egli che fu ben altro!). Un passo verso il recupero di questa memoria lo ha fatto proprio l’attuale Papa, con il cardinalato offerto a Capovilla, che di Giovanni fu segretario e per Paolo VI perito conciliare. Ma torno a quest’ultimo e all’arte.

Dicevo che ho riletto il testo che Paolo VI propose nell’omelia tenuta alla messa degli artisti del 7 maggio 1964, e ne sono stato folgorato: con estrema finezza, infatti, Montini definisce i tre elementi che devono andare a comporre l’esperienza di chi pretende di fare un’arte che sia “ministero della bellezza” per la Chiesa: il rigoroso lavoro artigianale, la conoscenza “teologica” (biblica, dogmatica, ma anche liturgica e pastorale…) e, soprattutto, una vita interiore (spirituale, mistica) profonda. Questi tre elementi valgono, per Paolo VI, non solo per il credente che fa arte, ma anche per l’agnostico, per l’ateo. Poiché ogni attore dell’esperienza artistica non può fare a meno di conoscere la propria arte, l’oggetto a cui essa si applica e coniugare queste conoscenze con un’esperienza profonda della vita. Poiché la spiritualità non è altro che questo: esperienza totale della vita, nelle forme in cui ci si offre.

Di conseguenza, tutti noi siamo chiamati a essere artisti nell’ambito in cui viviamo: non siamo chiamati solo a vivere il bene e il vero, ma anche il bello. Siamo invitati a diventare donne e uomini buoni e sinceri, ma anche a servire la bellezza. E forse proprio la bellezza come manifestazione della vita interiore (la nostra cultura propone una bellezza esterna che non ha legami con il cuore) è quel che manca ai nostri giorni. Una grande dimenticata, la bellezza interiore, esattamente come quel Papa che ne parlò.

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2 thoughts on “La Chiesa, gli artisti e un grande dimenticato

  1. Verissimo quello che dici su papa Paolo, che è stato anzi assai criticato ( anche insegnato nella aule universitarie, a me per esempio) come bravo sì, ma “frenatore” del Concilio, il prudente che ne aveva smorzato gli effetti più audaci, e la critica arrivava proprio da parte dei cosiddetti progressisti. E” evidente che c’è, in tanta parte del popolo cattolico, anche di quello “addetto ai lavori”,anche progressista, una tendenza ad avere visioni molto parziali ( ideologizzate è troppo forte?) e viziate dalla dannata necessità di attaccare i bollini e inquadrare; papa Paolo inquadrato in quel modo lì, papa Giovanni con il bollino della bontà e dell’origine contadina ecc.. Francesco tra poco lo sarà in qualche altro modo e sarà un modo per attenuare l’angoscia di sapere che invece lui, per grazia di Dio, è molto, molto di più. Una cosa tipo la smagnetizzazione dei prodotti alle casse dei supermercati. Ma ricordo invece che leggendo la Populorium Progressio rimasi allibita da una frase che pareva fatta apposta per dare la stura al magma bollente della teologia della liberazione.
    Che dire? mi vengono due parole, adatte a tutti, progressisti e non: umiltà e fede. Anche un’altra; occhio sgombro, libero davvero voglio dire. Perché altrimenti si rischia di attendere sempre un meglio del quale in gran parte le fondamenta sono state già poste e si diventa pure acidi ed antipatici peggio di una zittella. Se un papa, a metà secolo, fa un invito a cercare una bellezza prima di tutto interiore che si esprima anche attraverso l’esteriorità, non aveva una vista lunga, capace di anticipare li regno della volgarità attuale? Sì, perché io penso che in tanta bellezza esteriore tanto cercata e pubblicizzata oggi, c’è una perfezione sì, che però è lontana dalla bellezza.
    Una per tutte: l’immagine della donna, ( anche dell’uomo poveretti noi!) spinta a cercare una bellezza che spesso è solo artificio. Una cosa diversa dall’arte.

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