Un sogno “primitivo”

MARTIN BUBER

buber

(1878-1965) Il dialogo, San Paolo 2013

Lo stesso sogno mi ritorna in tutte le sue variazioni, a volte dopo un intervallo di anni. Lo chiamo il sogno del doppio grido. L’ambiente in cui si svolge è sempre simile, un mondo semplice, «primitivo»: mi trovo in una vasta caverna, come le latomìe di Siracusa, o in una costruzione di fango, che al risveglio mi ricorda i villaggi dei fellah, o anche ai margini di una gigantesca foresta, di cui non ricordo averne visto l’uguale.

Il sogno inizia in modi molto diversi, ma sempre con il fatto che mi capita qualcosa di straordinario, per esempio che un piccolo animale, simile a un cucciolo di leone, il cui nome conosco in sogno, ma non al risveglio, mi sbrana il braccio, e solo a fatica riesco a tenerlo a bada. Ora, lo strano è che questa prima parte del racconto sognato, di gran lunga la più significativa, tanto per la durata quanto per il significato manifesto degli avvenimenti, si svolge sempre in un tempo accelerato, come se non riguardasse il sogno. Poi improvvisamente rallenta: io sono là e chiamo.

Ripensando all’intero sogno, da sveglio, dovrei supporre che, a seconda di ciò che lo ha preceduto, il grido sia di volta in volta gioioso, terrorizzato, e talvolta a un tempo dolente e trionfante. Ma, al mattino, la mia memoria non me lo riporta così carico di sentimenti e ricco di variazioni; ogni volta è lo stesso grido, non articolato, ma rigorosamente ritmico, che si spegne e rinasce, che cresce fino a una pienezza che, da sveglio, la mia gola non sopporterebbe, lungo e lento, lentissimo e lunghissimo, un grido-canzone; quando termina, mi si fermano i battiti del cuore. Ma allora, da qualche parte, in lontananza, si alza rivolto a me un altro grido, diverso e uguale, lo stesso grido gridato o cantato da un’altra voce, e tuttavia non uguale, no, per nulla affatto «eco» del mio, piuttosto sua vera «restituzione», che non ripete, neanche in forma indebolita, suono dopo suono, i miei suoni, ma che corrisponde e risponde al mio grido; in modo tale che i miei suoni, che un momento prima non risuonavano affatto come domande al mio orecchio, ora tali mi appaiono: una lunga serie di domande, che tutte ricevono risposta; risposta e domanda indecifrabili. E tuttavia le grida che rispondono all’unico uguale grido non sembrano assomigliarsi. Ogni volta è una voce nuova. Ma, appena la risposta è al termine, nell’attimo successivo all’onda che si è spenta, mi invade una certezza, un’autentica certezza onirica: ora è accaduto. Niente di più. Solo questo, proprio in questo modo: ora è accaduto. Se cercassi di spiegarlo, dovrei dire che quell’evento, che produsse il mio grido, solo ora, con la «restituzione», è avvenuto in modo vero e indubitabile.

Così ogni volta il sogno si è ripetuto, tranne una volta, l’ultima, due anni fa.

All’inizio era come al solito (era il sogno dell’animale); il mio grido risuonò, di nuovo mi si fermò il cuore. Ma poi fu silenzio. Non giunse alcun grido in risposta. Tesi l’orecchio, non avvertii alcun suono. Di fatto, per la prima volta, attendevo la risposta che altrimenti mi aveva sempre sorpreso, come se non l’avessi mai sperimentata prima; e la risposta attesa non venne. Tuttavia in quell’istante accadde qualcosa in me: come se fino a quel momento non avessi avuto altra via di accesso al mondo se non attraverso l’udito, e adesso invece mi scoprissi come un essere ricco di sensi, sensi legati a organi e sensi puri e semplici; così mi offersi alla lontananza, aperto a ogni ricezione, a ogni percezione.

E allora, non dalla lontananza, ma dall’aria vicina e intorno a me, giunse silenziosa la risposta. Veramente non giunse, era là.

C’era già – se così posso dire per spiegarmi – prima del mio grido; era là, assolutamente, e nel momento in cui a lei mi schiudevo, si lasciava ricevere da me. L’ho percepita così chiaramente come mai avevo percepito la «restituzione» in uno dei sogni precedenti. Se dovessi dire in che modo, dovrei attestare: con tutti i pori del mio corpo. Parlò, rispose come mai aveva risposto la «restituzione» in uno dei miei sogni precedenti. Lo superò anche in una sconosciuta pienezza, difficile da descrivere: proprio perché era già là.

Quando finii di riceverla, avvertii di nuovo, più che mai sonora, quella certezza: ora è accaduto

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One thought on “Un sogno “primitivo”

  1. Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia. Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale. Quando il sogno si ripeté per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga. Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato. Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno. Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: «E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, ah, ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa! Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra metà Jekel!». E rise nuovamente. Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì la sinagoga intitolata «Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel». «Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: C’È QUALCOSA CHE TU NON PUOI TROVARE IN ALCUNA PARTE DEL MONDO, EPPURE ESISTE UN LUOGO IN CUI LA PUOI TROVARE».

    M. Buber – Il cammino dell’uomo

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