Pensare il futuro: ossia, educatori (educati) cercasi

luce

Pensando agli auguri di quest’anno per il Natale imminente, mi sono davvero chiesto che cosa avesse senso proporre. Si sentono continuamente, attorno, profeti e profezie di sventura, mentre dall’altro lato sembra che tutto sia sempre come prima.

La povertà torna anche nei nostri Paesi opulenti, ma non diminuiscono le code natalizie ai centri commerciali (forse si comprerà anche meno, ma a sognare si va lì!). Molte famiglie patiscono la perdita del lavoro, ma la corsa al nuovo prodotto della telefonia sembra non essere per nulla in sofferenza… I forconi bloccano le strade eppure continuiamo a pagare per entrare in uno stadio a vedere (e benedire e maledire) uomini pagati milioni per farci divertire. Ci lamentiamo per l’incertezza del futuro, ma votiamo governanti che evidenziano un tenore di vita che ci fa invidia e non ci appartiene più…

Se si guarda alla storia e alle ricorrenze, questa condizione schizofrenica appartiene proprio alle epoche di fine impero: ricchezza sfrontata e poveri che gridano, sempre in numero maggiore. Finché il grido si trasforma in rivoluzione e tutto ricomincia daccapo, per un nuovo giro di valzer della storia.

Fino a qui, cose già dette e sentite. Ma è proprio a questo punto che nasce la responsabilità: proprio in un tempo che si fa oscuro a più livelli, è insensato perdere la speranza (è proprio quando si è affamati che si cerca con più accanimento il cibo!). Una speranza seria, poi, non significa astratta celebrazione di un sogno, ma riflessione su quello che, ancora, possiamo essere a partire dal concreto della nostra condizione. Qualcuno ha detto che piuttosto che maledire l’oscurità, è meglio accendere una candela (sembra si tratti di un proverbio cinese). Aggiungo: è facile (e inutile) accendere candele di giorno; necessario e non agevole, invece, è farlo nella notte.

Io credo che, oggi, la luce necessaria sia il ripensamento dell’educazione, a tutti i livelli e con tutte le sfumature semantiche che si possono dare a questo termine. Tornare a educarci, innanzitutto, per poter nuovamente educare. Creare spazi di educazione di sé, per ciò che è fondamentale: educazione alle virtù (all’amore, alla fedeltà, al rigore, alla lettura, al rispetto, alla responsabilità…). Inventare spazi di educazione. Valorizzare spazi di educazione… non solo per i ragazzi ma, in primis, per chi pensa di non averne più bisogno.

Educatori (educati) cercasi. La sfida, a mio parere, è qui.

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