Il rischio appartiene a Pietro

pietro sulle acque

Uno degli episodi più sconcertanti del vangelo è per me sempre stato quello di Gesù che cammina sulle acque. Tra l’altro, il racconto è presente in tre tradizioni evangeliche (Marco, Matteo e Giovanni); manca solo in Luca e questo è ulteriormente curioso. Altrettanto particolare è che, in Marco e Giovanni, il centro sia la camminata di Gesù, mentre in Matteo il fulcro diviene la discesa di Pietro ad accompagnarsi alla camminata del maestro (14,22-33).

Miracolo inutile? Manifestazione di potenza? La presenza di Pietro (e del suo fallito tentativo di camminare “come” il Messia) obbliga però a una profonda riflessione sul ruolo di Pietro e della Chiesa, se è vero che la tradizione ha consegnato a noi l’idea della barca di Pietro quale immagine della Chiesa (e, in questo caso, della Chiesa nella tempesta, poiché tempestoso è il clima in cui Pietro si avventura scendendo dal legno). Non mi importa in questo caso fare alcun riferimento a papa Francesco: la riflessione è più generale, poiché la discesa di Pietro sembra quasi invertire l’asserto “Extra ecclesia nulla salus” (parafrasiamo: “Fuori dalla barca non c’è salvezza”).

Vi è, infatti, un’idea della fede, un’idea tranquilla, per la quale “stare sulla barca” (cosa, tra l’altro, che fanno tutti gli altri discepoli, preoccupati sia del forte vento che di quel Cristo/fantasma che cammina sulle acque: non si capisce se intimoriti più da uno che dall’altro) è sempre meglio che scendere. E il testo evangelico lascia un forte dubbio al lettore, in effetti: ha ragione Pietro a scendere (e a prendersi lo spavento e il rabbuffo di Gesù sulla poca fede)? O hanno ragione gli altri a restare, a rischio di non sapere se quello che vedono è davvero il loro Signore? L’alternativa che il brano propone (e per la quale mi inquieta) sembra, in effetti, essere proprio questa: fa bene chi rischia di annegare per somigliare a Gesù, o fa meglio chi rischia di non riconoscerlo pur di starsene tranquillo? Eppure, nel racconto di Matteo, il paradosso finale sta nel fatto che, proprio perché Pietro ha rischiato, gli altri possono riconoscere il Cristo: “Veramente sei il Figlio di Dio!” dicono a Gesù, dopo che ha riportato Simone sulla barca.

Perché paradosso? Perché noi siamo abituati a una Chiesa in cui i successori di Pietro sono sembrati a lungo coloro cui è stato dato il compito di conservare piuttosto che osare (e sbagliare); successori che hanno pensato di consegnare il Vangelo “restando sulla barca” e non scendendo e prendendosi il rischio di annegare, anche in vece degli altri. Pietro deve rischiare di sprofondare, affinché gli altri credano: questo mi dice il testo. Non il contrario. Nessuno deve morire per Pietro. Pietro deve rischiare di “morire”, invece; deve mostrare la sua poca fede, affinché risalti l’unicità di Cristo. In questo senso, il racconto di Matteo è un forte grido contro una lettura che riduce il ministero petrino a un’istituzione.

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5 pensieri riguardo “Il rischio appartiene a Pietro

  1. Nella Chiesa, “sulla barca”, noi cerchiamo ordine, un ordine morale, sociale, gerarchico, comunque rassicurante. Nulla di male in questo: è l’ordinamento della ragione per il bene comune, la legge. È una ricerca di bene ma la vita è altro, vivere è un caos, una cosa generalmente priva di logica. Ma è nella vita che accade l’incontro con Cristo…incerta, come l’acqua su cui non ha senso poggiare il piede, la vita non ammette deroghe nemmeno per raggiungere il maestro-fratello che viene verso di te.

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  2. Non sono tanto sicura che “stare sulla barca”, restarci insomma,in determinate circostanze, sia cosa più tranquilla. E forse, in certi casi, quanto è forte la tentazione di “scendere” e mollare, non solo per i comuni fedeli, magari anche per Pietro ( a proposito, papa Benedetto che avrebbe fatto? E’ sceso anche lui e in che senso? del “mollo tutto” o del “voglio assomigliare a Cristo”?)…delle due facce del dilemma comunque preferisco la prima, dato che cercare di somigliare a Cristo, con tutti i nostri limiti, dovrebbe essere l’unica “imitazione” possibile per uno che si professi cristiano.
    E se poi si affoga pazienza…vorrà dire che si muore e poi si rinasce nuovi e diversi da prima.

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