Morendo, edifico

Ignazio di Antiochia

ignazio di antiochia

(+107ca), Lettera ai Romani, ii.iv-v: Da M. Simonetti, Letteratura cristiana antica, i, Casale Monferrato, 1996, pagg. 79s.

 

La testimonianza di Ignazio è per la nostra epoca sconvolgente; in essa appare una “passione religiosa” oggi pressoché sconosciuta, volta a considerare il martirio come “momento escatologico” per eccellenza, ma anche la consapevolezza, per la prima volta “teorizzata”, che la Chiesa si costituisce a partire dal sacrificio di sé: Ignazio muore per costruire la Chiesa.

Io non avrò più un’occasione simile per raggiungere Dio, né voi – se tacerete – potrete legare il vostro nome a un’opera migliore. Se non parlerete in mia difesa, diventerò parola di Dio; se invece avrete a cuore la mia condizione umana, sarò ancora un semplice suono. […]

Scrivo a tutte le chiese e dichiaro pubblicamente a tutti che io muoio volentieri per Dio, se voi non me lo impedite. Vi supplico: non trasformatevi per me in benevolenza inopportuna. Lasciatemi essere pasto delle belve, per mezzo delle quali mi è possibile raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e vengo macinato dai denti delle belve, per diventare immacolato pane di Cristo.

 

Piuttosto convincete le fiere a diventare mia tomba e a non lasciare nulla del mio corpo, perché io, nell’ultimo riposo, non sia di peso a nessuno. Allora, quando il mondo non vedrà nemmeno più il mio corpo, sarò veramente discepolo di Gesù Cristo. Supplicate il Cristo per me, affinché, attraverso quegli strumenti, io sia trovato vittima per Dio.

 

Non vi do ordini, come Pietro e Paolo; quelli erano apostoli, io sono un condannato; quelli erano liberi, io sono tutt’ora uno schiavo. Ma se soffrirò il martirio, diventerò un liberto di Gesù Cristo e risorgerò in lui libero. Ora, in catene, imparo a non nutrire desiderio alcuno.

 

Dalla Siria fino a Roma, per terra e per mare, di giorno e di notte, io sto combattendo con le belve, legato a dieci leopardi, cioè un manipolo di soldati. Costoro, anche a far loro del bene, diventano peggiori. Per i maltrattamenti che mi infliggono divento maggiormente discepolo, ma non per questo sono giustificato.

 

Possa io godere delle belve che mi sono state preparate! Desidero proprio che siano veloci. Io stesso le solleciterò a divorarmi in un momento – non come hanno fatto con alcuni, quando, intimorite, non li hanno toccati -. E se quelle, non avendone voglia, non si decidessero, io le costringerò.

 

Comprendetemi, io so cosa è meglio per me. Ora comincio ad essere discepolo…”

 

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