Le parole sono pietre

evangelii gaudium

E’ la settimana dell’esortazione apostolica di papa Francesco ed è inevitabile parlarne. Innanzitutto è il primo ampio documento completamente di suo pugno (l’enciclica precedente era “a metà” con papa Ratzinger) e quindi era attesa, giustamente, come una sorta di documento programmatico. Da questo punto di vista non ha deluso. I temi trattati e accennati, anche spradicamente, in questi mesi ci sono tutti, legati da un filo rosso che, se non è soprendente, dimostra una coerenza che va al di là di ogni discorso banale: il profondo legame che il papa sente tra il tema della gioia e quello della carità. Due argomenti di cui ultimamente la nostra società sembra davvero povera e verso i quali appare debole e irrisolta. Più la gioia, paradossalmente, che la carità: ci sono sempre più volti cupi e sempre più “coltivazioni di rancore, rabbia, violenza”. Ma non volevo parlare di questo.

Piuttosto, volevo sottolineare un punto che mi sembra stia profondamente a cuore a Francesco: ciò di cui parliamo, quando parliamo di vangelo. Fin dall’inizio dell’Esortazione, il papa sottolinea che gli argomenti di cui si parla determinano quel che si fa percepire di sé, e questo vale anche per la Chiesa e per l’annuncio del Vangelo. Se parliamo – dice Bergoglio, tra le righe ma non solo… – 100 volte di sesso e 10 volte di carità, saremo intesi come coloro cui sta più a cuore il primo che la seconda; se un parroco chiede 100 volte soldi per la chiesa e 1 volta di confessarsi, sarà chiaro quel che ha in mente; se si parla più del diavolo e del male che della comunione e del bene… eccetera eccetera… (Si vada a leggere il punto 38, che si conclude così: «Lo stesso succede quando si parla più della legge che della grazia, più della Chiesa che di Gesù Cristo, più del Papa che della Parola di Dio

Se papa Francesco ha portato con evidenza un ritorno a un “vissuto” coerente con la semplicità evangelica, ha anche richiesto con forza una purificazione della comunicazione e del “detto” nell’evangelizzazione: noi siamo quello che diciamo; siamo compresi per quello che pronunciamo; perciò si richiede a tutti una vigilanza sul linguaggio. Davvero le parole, nel caso del Vangelo e di chi pretende di annunciarlo, sono pietre.

Infine, mi permetto la citazione di un breve brano dall’Esortazione, perché è forse il punto che si rivelerà davvero epocale in questo testo, in direzione di una comunione vera e ricca per il futuro della Chiesa:

«Ho rinunciato a trattare in modo particolareggiato queste molteplici questioni che devono essere oggetto di studio e di attento approfondimento. Non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”.»

Non serve dire altro.

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2 pensieri riguardo “Le parole sono pietre

  1. Seguo con molto interesse, attraverso la sua rubrica, le riflessioni e le esortazioni di papa Francesco credendo che la chiesa, qualunque chiesa cristiana, sia da riformare continuamente partendo dalla fonte comune per tutti i cristiani: la Parola di Dio come Essa è testimoniata negli scritti biblici.È molto difficile raggiungere una coerenza evangelica tra intenzioni e vissuto. Un solo esempio: la chiesa povera. A mio modesto avviso la chiesa è povera quando economicamente è mantenuta dai fedeli e non dalla stato che è di tutti ( atei compresi). Non lo dico per gusto di polemica ma per accettare la sfida del vivere la chiesa che cammina con le sue gambe e non con le stampelle dei privilegi.Su questo terreno, ma ce ne sono tanti altri che tutte le chiese sono chiamate ad attraversare, dobbiamo trovare la forza di una nuova coerenza tra dire/fare che dentro di noi probabilmente non c’è ma che Dio ci può dare.Lo dimostra il fatto che rinunciare ai privilegi è questione di pochi. D’altra parte l’evangelo è far seguire i fatti alle parole altrimenti la distanza tra il dire e il fare diventa incolmabile. Non lasciamo sola nessuna chiesa nella sua ricerca di fedeltà al Cristo oggi, cerchiamo piuttosto un confronto multilaterale per soddisfare quella fame e sete di un evangelo vissuto più che declamato.

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  2. Sono d’accordo, ma continuo a chiedermi se ci sia, per questa libertà totale, per il cattolicesimo, ancora tempo… Nel senso che qui, soprattutto in Italia, mi sembra che le cose siano (per secoli) andate avanti a tal punto che una pulizia totale è ben difficile: a meno che il primo passo venga dallo Stato stesso. Credo dovremo attendere a lungo per vedere una Chiesa povera. Però qualche passo lo si sta facendo.

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