Ti aiuterò, o Dio, a non spezzarti…

Etty Hillesum

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Il bene quotidiano. Trad. Roberto Gobbi. Di prossima pubblicazione (San Paolo)

(12 luglio 1942)

Questi sono tempi spaventosi, mio Dio. Questa notte è stata la prima volta che sono rimasta con gli occhi sbarrati, insonne, nel buio, e così tante immagini di sofferenza umana mi passavano davanti. Ti prometterò una cosa, Dio, una piccolissima cosa soltanto: non appenderò al presente, come altrettanti pesi, le mie preoccupazioni per il futuro, anche se ciò richiede una certa disciplina. Ogni giorno porta già abbastanza da se stesso. Ti aiuterò, Dio, a non spezzarti in me, ma non posso garantirti nulla da ora in poi. Una cosa, però, mi si fa sempre più chiara: che tu non ci puoi aiutare, ma siamo noi che dobbiamo aiutare te e facendo questo, alla fine, aiutiamo noi stessi.

E questa è l’unica cosa che in questo periodo possiamo salvare, ed è l’unica cosa, questa, che davvero importi: un pezzo di te in noi stessi, Dio. E possiamo forse soccorrerti facendoti uscire dalla tomba nei cuori torturati degli altri. Sì, mio Dio, per cambiare ciò che accade non sembra che tu possa fare molto, ma anche tutto ciò appartiene a questa vita. Non ti chiamo a rendermene conto, sarai tu, piuttosto, più tardi, a chiamare noi a rendertene conto. E quasi ad ogni battito del cuore, diventa per me sempre più chiaro: che tu non puoi aiutarci, ma che noi dobbiamo aiutare te, e che la tua abitazione in noi, dove davvero vivi, noi dobbiamo difenderla fino all’ultimo. Ci sono persone (non sembra nemmeno vero!) che fino all’ultimo istante cercano di mettere al sicuro degli aspirapolvere, dei cucchiai e delle forchette d’argento, invece che te, mio Dio. Ci sono persone che cercano di mettere al sicuro i loro corpi, i quali non sono altro, ormai, se non i contenitori di mille angosce e amarezze. E dicono: Non cadrò mai tra le loro grinfie! E dimenticano che non si è tra le grinfie di nessuno quando si è nelle tue mani. Comincio un po’ a sentirmi più serena, mio Dio, dopo questa chiacchierata con te. Nel prossimo futuro, farò molte chiacchierate con te, e in questo modo non permetterò che tu fugga via da me. Vivrai anche tempi duri con me, mio Dio, non così fortemente nutriti dalla mia fiducia in te, però, credimi, io per te continuerò a lavorare, continuerò a esserti fedele e non ti caccerò via dai miei territori.

[…]

Il gelsomino dietro la mia casa è ora del tutto rovinato dalle piogge e dalle tempeste degli ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano in ordine sparso nel fango delle pozzanghere nere sul tetto basso del garage. Ma in qualche luogo dentro di me il gelsomino fiorisce tranquillamente ancora, così esuberante e tenero come una volta portava la fioritura. E diffonde il suo profumo attorno alla casa in cui tu vivi, mio Dio. Lo vedi, mi occupo bene di te. Non ti porto unicamente le mie lacrime e i miei angosciosi presentimenti, ti porto persino, in questa tempestosa, grigia mattina di domenica, un gelsomino profumato. E ti porterò tutti i fiori incontrati sul mio cammino, mio Dio, e davvero, sono proprio tanti. Voglio rendere il tuo soggiorno presso di me migliore che sia possibile. E, per fare un esempio a casaccio: se mi ritrovassi rinchiusa in una cella angusta, e una nuvola passasse davanti alla mia piccola inferriata, anche questa nuvola ti porterei, mio Dio, se ne avessi ancora la forza appena sufficiente. Non posso assicurarti nulla in anticipo, ma i miei propositi sono i migliori, lo vedi bene.

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