Il linguaggio della fede appartiene a chi soffre

J.B. Metz

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Dov’è finito Dio e dove l’uomo?, in Capacità di futuro, Queriniana, pagg. 140-141

[Riguardo al linguaggio religioso] il cristianesimo suggerisce un cambiamento nella questione di partenza. Per il cristianesimo, l’interrogativo di partenza non è “chi parla?”, ma “chi soffre?” Così si interroga la religione, quando si interroga sui soggetti. E anche circa il linguaggio dell’uomo, poiché per essa il linguaggio, il logos, non appartiene in primo luogo a chi pensa, ma a chi soffre.

Perciò anche il linguaggio originario delle preghiere è soprattutto un linguaggio di chi soffre. E il linguaggio della preghiera, in quanto linguaggio di chi soffre, non è il linguaggio della risposta consolante al dolore, bensì della sconsolata controdomanda che nasce dal dolore. […]

E la memoria cristiana di Dio è, al suo centro, una memoria di sofferenza. Una memoria passionis: il ricordo, che non può essere calmato da nulla, di sofferenze inespiate. In mezzo ai nostri processi di modernizzazione, il cristianesimo formula le domande, racchiuse nella fede nella risurrezione dei morti e nel giudizio, di giustizia per quelli che soffrono ingiustamente, per le vittime non risarcite e i vinti della storia, come una memoria pericolosa con cui cerca di rompere il fascino dei nostri miti del progresso. Esso considera il ricordo delle sofferenze passate come una categoria di salvezza dell’uomo. […]

Senza questo ricordo si compie, a volte dolcemente, a volte drammaticamente, quella morte dell’uomo e quella messa a tacere della sua storia di cui si è parlato a sufficienza. Senza questo ricordo, il futuro dell’uomo diventa sempre più discutibile. […]

Le narrazioni della fede […] sono espressione di un ricordo storico, evocano la memoria, soprattutto la memoria delle sofferenze degli uomini, in cui la fede cristiana cerca di unirsi con le esperienze storiche degli uomini. Cerca di unirsi anche con la saggezza e con le esperienze di sofferenza delle culture non europee.

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