Cosa mi insegna Abramo su dio

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Abramo mi affascina. Essendo lui il credente per antonomasia, colui col quale, quando di fede si giunga a parlare, è necessario fare i conti. Purché non lo si riduca, come capita, a un santo da macchietta, e se ne conservi invece tutto il dramma di una vicenda unica nella storia. Una di quelle vicende che segnano le epoche, poiché a tutte le epoche appartengono. Abramo è l’uomo che apprende la fede dentro la storia dei propri desideri.

Dio, per Abramo, non è una parola vuota; è una continua esperienza, un incontro, una vicenda che abbraccia la vita, che mette in gioco le cose essenziali della vita: di questa vita! Dio, per Abramo, non c’è un dio “aldilà”; non c’è “qualcuno” che promette cose che non si possono sperimentare; dio non è un sogno che lascia l’amaro in bocca al risveglio. E’, invece, compagno di un cammino. Speranza sulla terra. Promessa in questo tempo. Il dio di Abramo non è il padrone di un paradiso che apparterrà ai giusti, ma un protagonista dei nostri giorni, accanto al giusto che percorre la terra. E’ un amico che siede in casa. Un ospite. Un soggetto d’amore e un oggetto di violenza (come accadrà a Sodoma). E’ l’ascoltatore della nostra preghiera, il vendicatore dei nostri torti. E’ colui che gioiosamente realizza l’impossibile, ma anche il brutale esattore di un sacrificio che mette in gioco gli affetti più intimi. Per Abramo, quel dio che lo chiama è “la vita messa in gioco”, continuamente: è l’esigenza dei giorni perché i giorni abbiano senso. E’ alleanza, comunione, conquista, abbandono, lamento e reincontro. E’ lotta, come sarà per Giacobbe allo Jabbok.

Così, Abramo mi insegna che dio è esperienza innanzitutto di noi stessi, qui e ora. E’ il nome che diamo al tentativo di essere uomini, quando vogliamo essere ben più che umani. E’ la chiamata a una vocazione che ci supera, pur non essendo altrove. E’ lo Sconosciuto, più intimo a noi di noi stessi, che ci rivela a noi stessi. Dio, così, vale la pena solo quando non è “soprannaturale”; vale la pena quando è implicato nella storia degli uomini, nella nostra; per questo il cristianesimo, con la “faccenda” dell’incarnazione, passione e morte di un dio, è così interessante e, in qualche modo, insuperabile.

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