Esortazione della mente a contemplare Dio

Anselmo d’Aosta

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(1033-1109), Proslogion, Rizzoli, pp. 69ss.

Così si apre il Proslogion, con un’invocazione che (a parer mio) vale da sola quanto l’intera opera di Anselmo. In essa è annunciato il tema che guiderà la riflessione: il desiderio di conoscere ciò in cui si crede, l’eterna tensione unitiva tra ragione e fede, tra un dio pensato come oggetto del pensiero credente e la relazione “personale” che la fede impone.

Orsù, omuncolo, abbandona per un momento le tue occupazioni, nasconditi un poco ai tuoi tumultuosi pensieri. Abbandona ora le pesanti preoccupazioni, rimanda i tuoi laboriosi impegni. Per un po’ dedicati a Dio e riposati in lui.

Entra nella camera del tuo spirito, escludi da essa tutto, all’infuori di Dio e di ciò che ti possa giovare a cercarlo e, chiusa la porta, cercalo.

Di’ ora, o mio cuore nella tua totalità, di’ ora a Dio: Io cerco il tuo volto; il tuo volto, Signore, io cerco.

Orsù, dunque, o Signore mio Dio, insegna al mio cuore dove e come possa cercarti e dove e come possa trovarti. Se non sei qui, dove te assente cercherò? E se sei ovunque, perché non ti vedo presente? Certo, tu abiti una luce inaccessibile! E dov’è questa luce inaccessibile? E come accederò alla luce inaccessibile? E chi mi condurrà e mi introdurrà in essa, affinché in essa io ti veda? Per mezzo di quali segni, di quale immagine io ti cercherò?

Non ti ho mai visto, o Signore mio Dio; non conosco il tuo volto. Che cosa farà, o altissimo Signore, cosa farà questo tuo esule lontano? […] Anela di vederti ed è troppo lontano dal tuo volto. Desidera avvicinarsi e la tua casa è inaccessibile. Brama di trovarti e non conosce il luogo. Tu cerca in ogni modo e ignora il tuo volto. […] In breve: sono stato fatto per vederti e non compio ancora ciò per cui sono fatto. […]

Non tento, dunque, di penetrare la tua profondità, poiché in nessun modo metto con essa a confronto il mio intelletto; ma desidero intendere in qualche modo la tua verità, quella che il mio cuore crede e ama.

Non cerco, infatti, di intendere per poter credere, ma credo per poter intendere. In verità credo in questo: se non avrò creduto, non comprenderò.

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