Coscienza, obbedienza, peccato e libertà

Léo Moulin

moulin

(1906-1996) Itinerario spirituale di un agnostico, Leonardo, pp. 200-201

Vi sono libri che appaiono e scompaiono in un tempo troppo breve. Sarebbe interessante costruire una “biblioteca religiosa dei libri scomparsi”. Tale è questo di Léo Mulin, agnostico, studioso del pensiero e della vita monastica medievale, amico di cardinali della tempra di Suenens e Danneels (altri giganti che occorrerebbe riscoprire…).

Vietando ad Adamo di mangiare quei frutti, Dio dice: “non ne devi mangiare… altrimenti certamente moriresti” (Gen 2,17). Ma che significato può avere “morire” per dei giovani adulti (o degli adolescenti) che non hanno mai visto morire? Il frutto dell’albero… è simile ad altri frutti perché “è buono da mangiare, gradito agli occhi” e, soprattutto, è “prezioso per agire con accortezza” (Gen 3,6. Altre traduzioni dicono: “desiderabile per acquistare saggezza”), infatti a chi ne mangerà “si apriranno gli occhi” (Gen 3,5): l’uomo accederà così alla conoscenza del bene e del male, “come gli dei”. Perché questo desiderio di conoscenza sarebbe condannabile in una creatura fatta a “immagine e somiglianza” di Dio (Gen 1,26), cioè provvista di volontà, di intelligenza, di desiderio di sapere, di ragione, di potenza? Dov’è il peccato?

Per me politologo, risiede nella trasgressione stessa. Così dicevo ai miei studenti, esponendo loro le conseguenze politiche del peccato originale. Il peccato è nella trasgressione dell’ordine ricevuto, della legge, del regolamento, del codice… Le costituzioni sono, in potenza, caduche, ma ciò non significa che i cittadini, in quanto cittadini, non debbano rispettarle, e rispettarle in modo assoluto. Il fatto che io non condivida la visuale politica del mio governo non significa che io possa rifiutare di adempiere ai miei obblighi fiscali o militari, compresa la guerra. In altre parole, ogni forma di vita sociale implica un rispetto assoluto delle regole in gioco. …

“E l’obiezione di coscienza?” replicavano i miei studenti. Intanto bisogna che una coscienza ci sia, e non sempre accade. Nel caso di Adamo ed Eva poi non era affatto questione di coscienza, ma di ubbidienza. Peccato d’orgoglio? Non ne sono sicuro. Eccessiva fiducia nei poteri dell’uomo, nella sua capacità di decidere, da solo, che cosa è il bene e cosa è il male, cosa è legittimo e cosa non lo è. E anche desiderio infantile di arrivare in un sol colpo alla conoscenza totale, all’onniscienza propria solo di Dio. Descrivendo il tipo di monaco per lui degno di biasimo, san Benedetto (I,15-34) denuncia quelli che, “chiusi nel proprio ovile”, “senza pastore”, senza essersi mai sottomessi “alla grande scuola dell’esperienza” e, “attraverso la pratica, a una regola”, “mai stabili, sempre in movimento”, cercano solo “la soddisfazione dei loro desideri”, ritenendo “santo tutto quello che pensano e preferiscono, e illecito quello che a loro dispiace”.

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