Il Dio che abbiamo “sporcato”

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Ieri parlavo con padre Luciano Mazzocchi, una delle figure più significative del dialogo interreligioso oggi, con la sua comunità Vangelo e Zen. Tra le varie cose che mi diceva, una mi ha colpito particolarmente: mi sottolineava il fatto che spesso, quando parliamo di Dio, lo facciamo come se si trattasse di qualcuno di ben conosciuto: sappiamo tutto di lui (come è, come si rivela, cosa ha da dirci…). Raramente lasciamo che ci venga incontro senza (usava proprio questa frase) averlo già “sporcato”.

Noi (so che farò arrabbiare qualcuno, ma pazienza) educhiamo i bambini a un Dio già macchiato, segnato, identificato: il catechismo consiste in una serie di insegnamenti (tra l’altro spesso dimenticati a breve termine, come accade sempre alle didattiche dell’inutile) su tutto quel che sappiamo di Dio: che è Trinità, rivelato in Gesù uomo e Dio, consegnatoci dalla Chiesa attraverso una storia e una serie di dogmi ecc. ecc.. Ma quel che raramente (ci sono, naturalmente, le eccezioni) i nostri catechisti insegnano è l’attesa, il mistero, il silenzio, la parola, l’ascolto…: ossia tutto ciò che fa parte dell’esperienza religiosa, del cammino per cui un’esperienza si attua, della visione sempre nuova e possibile, che pretende i suoi tempi per essere accolta. Non insegnamo l’accoglienza della novità di un Dio che viene sempre incontro come uno Straniero. Non insegnamo a far tacere le nostre parole (le nostre lezioni, al contrario, sono un subbuglio di chiacchiere, discussioni, opinioni, quando non si riducono a festicciole e merendine). Insegnamo la “religione” come se fosse una dottrina (e infatti, non per caso il catechismo un tempo si chiamava proprio così: dottrina; e non per caso il magistero della Chiesa conserva la dottrina, è dottrina…) e non un’esperienza di vita in fieri, anzi: l’unica esperienza di vita sensata. Davvero, in mezzo alla grandezza e lucidità delle dottrine attuali (scientifica, letteraria, filosofica, persino l’edonismo ha una dottrina più affascinante di quella cattolica) pensiamo che ridurre Dio a dottrina sia il futuro del cristianesimo? Dobbiamo ricominciare a comprendere che il dogma (anche il migliore, il più “significativo”), senza l’esperienza della “visione”, della “rivelazione”, dell'”apocalisse” di un Dio che viene alla luce “secondo la libertà dello spirito”, è parola vuota; anzi, è proprio la parola che sporca Dio e che lo imprigiona.

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2 pensieri riguardo “Il Dio che abbiamo “sporcato”

  1. Condivido pienamente questa preoccupazione. Cerco soprattutto di arginare in me i rischi – sempre presentissimi – di uscirmene con affermazioni incontrovertibili, apodittiche e di carattere assoluto, quando si parla di Dio. Nell’insegnamento e negli ambiti pastorali provo (non sempre con sapiente puntualità) ad aggiungere frasi come “si potrebbe forse dire…”, “se posso permettermi di dirlo…”
    Il bisogno di certezze e’ certo una delle malattie del nostro tempo, forse soprattutto del nostro tempo. Insicurezza e dispersione fanno la fortuna di chi si propone con annunci forti e scevri di ambiguità, di chi tiene saldamente le redini della verità allontanando ogni possibile dubbio; persino ogni possibile domanda!
    Così la coltivazione degli spazi di ricerca, di crescita, di maturazione e di assimilazione commisurata alla storia e al cammino di una persona, viene tenuta lontano come una pericolosa forma di relativismo, quando non di deviazione.

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    1. Caro Orazio, grazie dell’intervento. Credo che sia necessario trovare una forma per evitare il dualismo tra “certezza dell’annuncio” e “consapevolezza dei nostri limiti”. Il dilemma tra relativismo e verità è un dilemma falso: noi comunichiamo (anche nel dogma, con buona pace) una verità secondo un modello. Il modello è rimodulabile; la verità non lo è. Ma sia la verità che il modello, quando si tratti di questioni di fede, sono intuibili solo attraverso l’esperienza, la visione (che va interpretata…), gli incontri. Io sento che manca questo nell’educazione “religiosa” cristiana: una pedagogia dell’incontro.

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