Le tre tentazioni di Pietro

Hans Küng

Hans Kung

(1928), Salviamo la Chiesa, Rizzoli, pp. 198ss

Il vero Pietro farebbe fatica a riconoscersi nell’immagine che hanno costruito di lui. Non solo perché non era un principe degli apostoli, ma restò piuttosto fino al termine della sua vita un umile pescatore, poi pescatore di uomini, che aveva voluto servire il suo Signore mettendosi al suo seguito. Ma anche perché tutti e quattro i Vangeli sono concordi nel sottolineare un secondo aspetto della sua figura, che rivela il Pietro che sbaglia, che mette in luce i suoi difetti e fallimenti […]

Chi, in quanto papa, rivendica le promesse petrine, è chiamato a riflettere anche sulle mancanze dell’apostolo, che per lui rappresentano in ogni caso tre tentazioni. E se le promesse sono scritte a lettere nere alte due metri sul fondo oro del fregio che orna l’interno della basilica di San Pietro, per evitare fraintendimenti bisognerebbe aggiungere a ben vedere le contro-frasi, in questo caso a lettere oro su sfondo nero.

1. La prima tentazione (Mt 16,22 che segue Mt 16,18s): quando Gesù annunciò ai suoi discepoli che avrebbe dovuto soffrire molto e venire ucciso, Pietro lo trasse “in disparte”. Voleva sapere meglio di Gesù come si sarebbe dovuto andare avanti: un percorso trionfalistico che non avrebbe dovuto passare per la croce! Proprio queste idee, presuntuose e saccenti, caratteristiche di una strategia papale di potere, sono pensieri umani, in acuto contrasto con quello che Dio pensa e vuole: una devota ideologia satanae, l’ideologia del tentatore per antonomasia. Ogni volta che un papa suppone, come ovvio e naturale, che i suoi pensieri siano divini […] il Signore gli volta le spalle e lo colpisce con queste dure parole: “Va’ dietro a me, Satana! Tu mi dai scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”

2. La seconda tentazione (Lc 22,34 che segue Lc 22,32). Pietro rinnega il suo Signore. Una posizione e una dote particolari presuppongono una responsabilità particolare. Ma non escludono l’essere messi alla prova, non escludono la tentazione: anche qui compare Satana, che ha preteso di vagliare gli apostoli al setaccio come il grano. Occorre che la fede di Pietro non vacilli. Ma non appena un papa pensa che la sua fedeltà sia scontata e che la sua fede sia un possesso sicuro e indubitabile, non appena non sa più che lui dipende dalla preghiera del Signore e che deve ricevere continuamente in dono la fede e la fedeltà […] ecco che allora giunge l’ora del canto del gallo, quella della sconfessione. […]

3. La terza tentazione (Gv 21,20ss che segue Gv 20,15). A Pietro che ha rinnegato tre volte il Signore, Gesù chiede per tre volte il suo amore […]. Solo così, a questa condizione gli viene affidata la guida della comunità […]. Ma un papa che non si preoccupa di Gesù, e invece guarda invidioso a tutto quello che potrebbe sovrastarlo nell’amore del Signore, alla sua domanda riguardo che cosa accadrà, riceverebbe in risposta da Gesù: “Che importa a te?” Ci sono cose, dunque, che non riguardano il papa. Tutte le volte che un papa non si preoccupa dei suoi doveri, tutte le volte che vuole preoccuparsi di tutto, tutte le volte che non vede che ci sono persone e cose su cui non può decidere lui, tutte le volte che dimentica che c’è un rapporto con Gesù che non passa attraverso la sua persona, tutte le volte che non riconosce che ci sono altre strade oltre alla sua, allora deve ascoltare parole che devono sferzarlo e nello stesso tempo invitarlo di nuovo alla sequela: “Che importa a te? Tu seguimi”.

La grandezza della tentazione è proporzionale alla grandezza della missione.

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