Politica e regno di Dio: gli inconciliabili

Giuseppe Prezzolini

prezzolini

(1882-1982), Cristo e/o Machiavelli, Rusconi, 1971, pp. 68-69

Un provocatorio e attualissimo testo di Prezzolini sulla Im-possibilità della coniugazione tra politica e rivelazione

La Chiesa insegna la Verità? Ma insegna tutta la Verità? Insegna, per conto di quelli che hanno la fede, insegna le verità religiose e morali. non quelle scientifiche, né quelle sociali.  La Chiesa non insegna la matematica, non pretende di insegnare la biologia, non pubblica dei trattati di fisica cattolica. E neppure insegna la politica, che è un campo nel quale in cristianesimo non c’entra. La poliitica è sempre fuori dal cristianesimo, quando, come accade spesso, non sia addiritttura contraria al cristianesimo.

Disse Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo». […] Il Vangelo non contiene un programma sociale. Tantomeno ne contiene uno politico. La politica è concupiscenza: per i pesciolini, di beni terreni; per i pesci grossi, di potere. Essa non si può esercitare senza “entrar nel male”, come Machiavelli ci ha insegnato. Chi non accetta il male come mezzo per raggiungere i fini politici, è un guastamestieri della politica, e finisce per nuocere ai propri fini, anche se buoni. Chi si mette nella politica col proposito di rispettare il Vangelo perde tempo: è come uno che volesse fare il poliziotto con il proposito di non usare la forza.

Sant’Agostino trovò un termine magnifico per riassumere le passioni politiche: le chiamò libido dominandi, libidine del potere. Quando la Chiesa si mette nella politica entra in un dominio non suo e per il quale non è adatta e deve abbandonare i principii suoi, superiori alla politica.

Sant’Agostino caratterizzò la politica (civitas) “figlia di Caino”; e descrisse Abele come un forestiero nella politica: «Scriptum est de Cain quod condiderit civitatem; Abel autem tamquam peregrinus non condidit». Che cosa voleva dire in questo parlar immaginoso della Bibbia sant’Agostino? Che lo Stato (la politica) è fondato sopra il sangue dei fratelli o sulla minaccia di spargerlo. […]

E che cosa voleva dire Machiavelli quando ripeteva il motto di un modesto, ma intelligente, notaio fiorentino, che «per la patria io sono pronto a perdere l’anima mia» se non che chi vuole il bene della patria (terrena, non quella celeste) dev’esser pronto a commettere tutti i peccati che possono far perdere l’anima? In quella parole racchiudeva l’essenza del vero uomo di Stato, ossia di colui che è pronto, per il bene della comunità che lo ha chiamato o avuto a dirigerla, a commettere tutti i peccati, ossia ingannare, tradire, ammazzare, far guerre e chi ne conosce di più tutti li metta, perché tutti si trovano nella storia politica di tutti i tempi e chi non si sente di compierli, è meglio che faccia un altro mestiere.

Per Machiavelli, senza che l’abbia detto, l’Uomo di Stato è l’agnus dei qui tollit peccata mundi.

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