La nostra essenza è relativa, relazionale…

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Avviso dall’inizio: oggi sarò confuso…: parto da una frase che ho appena letto, ma il cui significato mi frulla in testa da un po’: l’essere spirituale è l’essere libero dall’egocentrismo.

Ora, da tempo mi sto chiedendo se il concetto di persona e di individuo, sul quale è fondata tutta la nostra cultura contemporanea, sia davvero sensato nella sua assolutezza. Noi abbiamo (anche i cristiani) da diversi decenni sottolineato come la singolarità individuale esprima il più alto valore in assoluto. Giovanni Paolo II lo ha sottolineato con forza, da buon figlio della filosofia personalista del secolo scorso: Ogni uomo è unico e irripetibile. Ogni uomo è un valore, potremmo dire, insuperabile.

E’ proprio di fronte a questa dichiarazione, capace di solleticare la nostra autostima e il nostro narcisismo, che mi trovo ultimamente sempre più a disagio: ho la sensazione che affermando in questo modo l’unicità di ogni singolo uomo nel cosmo, si rischi di perdere di vista il valore della comunione dell’umano e nell’umano, e della comunione dell’umano col cosmo.

Mi verrebbe voglia di riformularla in quest’altro modo: Ogni uomo è unico e irripetibile solo se e quando è in comunione. La singolarità, quando si cristallizza nell’individualità, è inutile. Noi siamo valore solo quando ci pensiamo e siamo in relazione. Di più: esistiamo solo in relazione. La solitudine (anche quella dorata del potente) è dichiarazione di inesistenza.

Se questo vale nel mondo, vale ancor di più nella comprensione che la Chiesa deve avere di se stessa. La sensazione fastidiosa che porto con me sta spesso nel fatto che, all’interno della comunione ecclesiale, la gran parte delle persone viva “da singolo”. Pochi si preoccupano di cosa significhi il messaggio evangelico, nella sua pretesa di amore e conversione (ma sono davvero due cose diverse?) e troppi dei propri diritti nei confronti della comunione.

Il sacerdozio alle donne: lo si affronta davvero come una questione di servizio e di comunione o come uno degli elementi della rivendicazione femminile? Il celibato dei preti: in che modo serve e servirà ancora alla Chiesa? E il matrimonio degli stessi: che vantaggi può produrre per l’annuncio del Vangelo? Le domande sulla bioetica: mettono in gioco la comunione ecclesiale o solo il bisogno irrisolto dei singoli (l’etica di comunione deve essere la guida dell’etica individuale)? La comunione ai divorziati risposati: tra preti che accolgono e gerarchie che negano, dov’è lo spazio per un discernimento comunitario? L’impressione è che la Chiesa sia, oggi più che mai, schiava dei bisogni e delle pretese dei singoli (anche e soprattutto dei singoli che pensano di avere “in mano le chiavi”, beninteso) e che la comunione sia percepita come un optional.

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4 pensieri riguardo “La nostra essenza è relativa, relazionale…

  1. Caro Natale, ti ringrazio per questo articolo, mi fa molto riflettere.
    Lavorando accanto a chi vive la malattia, sento sempre il rischio (forse spinto dal cercare di dare voce a quanti attraversano momenti di desolazione e abbandono) di sbilanciarmi troppo sull’altro quasi dimenticandomi che, pur nella tragicità di quanto in alcuni momenti possiamo arrivare a vivere, non dovremmo mai dimenticarci che siamo parte di un tutto. Mi aiuta molto a pensare questo aspetto, se ho colto bene il tuo intervento, del non dimenticare che la nostra vita, le scelte che facciamo, ciò che accade, è sempre in relazione ad altri…
    Una paziente che sto incontrando proprio in questi giorni ha un piccolo quadernetto su cui appunta delle frasi che le piacciono molto. Mi confidava il suo dispiacere nel non aver lasciato nulla di “suo” in questo mondo che gli altri potessero apprezzare. E poi mi ha letto questa poesia di John Donne: “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”. Mi sembra che sempre, ogni vita, nel bene o nel male, lascia tracce di sè. La vera sfida forse è proprio prendere consapevolezza dell’essere parte di un tutto, e vivere senza mai scordarci che siamo sulla stessa barca.
    C’è anche un libro di Michel de Certeau (“Mai senza l’altro”) che credo abbracci questi pensieri.
    In ogni caso – che io abbia inteso bene o meno i tuoi scritti – grazie per tutti gli stimoli che invitano a riflettere.

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    1. Grazie a te Gio. Penso che lo spazio e il tempo della malattia siano le occasioni perfette per una riflessione ampia sulla relazione e sul superamento di un’esistenza che si fonda soltanto su se stessa (e che è spesso la causa delle nostre solitudini indotte). Introdurre il lavoro della meditazione nell’ambito della “clinica” sarebbe davvero interessante…

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  2. NO, infatti non è sensato nella sua assolutezza, come tu ti chiedi, il concetto di persona e individuo che è il pilastro su cui si fonda la nostra cultura contemporanea. Certo che no, infatti è una cultura, anche quella ecclesiastica purtroppo, spesso assai distante dal Vangelo, il quale non conosce assoluti se non quello dell’amore di Gesù. Ma questa la vedo come una cosa diversa dall’ uomo creato da Dio unico e irripetibile. Nel primo trovo individualismo, egocentrismo e, come tu esprimi bene nelle tue domande finali che io condivido al mille per mille, attende risposte su misura, non vive agganciato ad altro che a se stesso ed alle proprie fragilità, non conosce cammino di crescita comune con i fratelli, né, siamo sinceri, lo cerca.
    L’altro invece ti mette di fronte alla tua unicità e irripetibilità ma come forza centripeta, proiettata in avanti; nella comunità, nel mondo, nell’umanità, nella società, in tutto ciò che chiama ad essere in comune con qualcuno, tu hai una parte da svolgere, c’è un contributo che puoi dare, una creatività, una sensibilità, una fantasia che è quella che Dio ha dato a te perché tu non fossi – per fortuna – un numero, ma una pennellata di bellezza nel capolavoro in fieri che è la creazione. Io però questo lo sento come un fortissimo richiamo alla responsabilità personale, a mettere nel puzzle del mondo, attraverso il tassellino che Dio ha donato a te, unico e irripetibile come quello del gioco, il pezzettino che servirà a comporre l’insieme. Altro che narcisismo!! E’ una cosa che se te ne accorgi e la capisci credo che ti renda le cose più difficili.
    Riesci tu per esempio, Natale, in questa avventura del Blog, che immagino ti costi fatiche e continue messe in discussione, anche dolorose qualche volta, a sentirti narciso ripiegato su te stesso? Ti senti sganciato dalla comunità dei tuoi fratelli credenti? O Non ti senti piuttosto parte di un progetto, nel quale tu hai accettato di dare il TUO contributo, non da individualista ma da uomo?
    Insomma, io ti vedo questo e non l’altro.
    C’è poi da dire anche una cosa; spesso nelle parrocchie, nelle diocesi, vivendo per “pastorali” non è che si corre il rischio opposto e si massifica un po’ troppo? Ecco, in questi contesti, con il pericolo della fedeltà piatta e ovina, dell’omogeneità che offre tanta sicurezza ai nostri poveri parroci e rende più scorrevoli le attività e i cammini comuni, la frase resa celebre da Giovanni Paolo forse non da una scossa e rimette un po’ di vitalità la dove da tempo si respira aria di rinchiuso? Non fa pensare alla messa in circolo dei talenti?
    Non credo che l’odore di “pecora” che piace tanto a Francesco, lui che ama piantare gli occhi in quelli unici e irripetibili di chi ha davanti, sia questo.
    Ogni pecora, come dice il Vangelo, ha il suo nome e con quello Gesù la chiama.
    Grazie infinite di questa spinta a riflettere….unica e irripetibile anch’essa!!!

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    1. Grazie Cristina, della tua presenza sempre ricca e profonda. Sono d’accordo su quel che dici con tanta passione. Riguardo al narcisimo credo che sia sempre alle porte… personalmente non me ne sento per nulla libero, anche quando faccio questo blog. Per nulla. C’è sempre qualcosa di noi (o almeno, di me) che guarda verso noi stessi con compiacimento.
      Volevo solo, nel mio intervento, spostare l’accento dalla singolarità alla comunione, dall’assolutezza alla relatività, dal monismo alla responsorialità: ossia, credo che la dialettica tra singolo e comunità (anche nella chiesa) sia sempre troppo inclinata verso il singolo (per nostra natura e cultura): ci è più facile farlo! La comunione non è mai una tentazione, la solitudine sì.
      La frase di Giovanni Paolo II produce la messa in circolo dei talenti quando ci aiuta a ricordare che tutti i componenti della comunità (anche di quella comunità che è il mondo) hanno ciascuno un valore insuperabile; quando invece la riferiamo solo a noi stessi, a me stesso, ecco che emerge il pericolo.
      Il centro della vita cristiana, come appare nei vangeli, non sorge forse proprio dalla “rinuncia a se stessi”, che inevitabilmente è ciò che ci costa fatica, che è rinuncia alla nostra personale unicità e singolarità (fino alla morte…).
      So di non essere ancora abbastanza chiaro (non lo sono a me stesso…)

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