La coscienza del non credente

magritte

Sto scrivendo un po’ troppo su questo papa… Me lo ha detto qualche amico e me lo dico da solo. Ma è possibile evitarlo? In questi giorni, per esempio, come non riflettere su quella che ormai tutti chiamano “Lettera ai non credenti” (e già per questo titolo come si potrebbe non pensare al cardinal Martini, di cui abbiamo celebrato da poco la memoria, un anno dopo la sua morte)? Come non prendere in seria considerazione, per esempio, un’affermazione che in essa è contenuta: “Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza.” Definizione non certo nuova nella morale cristiana, che conosce l’idea della “coscienza invincibilmente erronea” da lungo tempo. Eppure sembra così innovativo: si pecca quando non si aderisce al giudizio della propria coscienza; quando si vive contro coscienza (contro cultura, quindi, non contro natura: diciamocelo!) ossia, quando non si fa verità in noi stessi.

Quando le circostanze ci fanno prendere scorciatoie, ci invitano ai sotterfugi. Quando la vigliaccheria interiore (o semplicemente la convenienza sociale) ci impedisce di essere pubblicamente quello che siamo intimamente. Quando intuiamo che cosa è bene, ma siamo abituati a vivere come se il bene non ci fosse. Quando neghiamo le ragioni degli altri, sapendo di farlo, solo perché ci è più comodo chiudere gli occhi e non rimetterci in gioco…

Quante forme può prendere il nostro “andare contro coscienza”. Detto da credenti: quante forme può prendere il peccato. Detto da non credenti: quante ferite non curiamo in noi stessi perché non le riconosciamo. Siamo malati e fingiamo di non esserlo. Vivere “contro” coscienza è uno dei drammi che sento più profondi in me e in questo nostro tempo contraddittorio. E’ quello che dice Paolo di Tarso quando afferma di sé (e di noi): “Faccio il male che non voglio e non faccio il bene che voglio”.

Ma se davvero l’integrità della coscienza personale, se l’onestà con se stessi accomuna credenti e non credenti (e distingue, invece, pensanti e non pensanti), e apre strade parallele verso il bene e il vero, non è che siamo proprio alla soglia di una definitiva trasformazione delle religioni? E non è proprio questa soglia che ci restituisce la “via” di Gesù nella sua forma più sconvolgente e definitiva e de-cisiva nei confronti delle fedi? Se accettiamo il fatto che i pubblicani e le prostitute (quando siano onesti con se stessi, conservando la capacità di riconoscere le proprie ferite: poiché è questo il motivo del loro “avanzare”) passano avanti ai sedicenti giusti nel Regno dei cieli, significa che una certa forma della religione è conclusa. Il problema è: saremo in grado (le chiese saranno in grado, i credenti e gli stessi non credenti saranno in grado) di accettarne le conseguenze? Poiché la messa in atto del “giudizio di coscienza” implica un esame radicale di sé, uno sguardo nel nostro buio e nelle nostre tenebre, un riconoscimento di quanto siamo divisi in noi stessi e feriti e affaticati nel ricercare il bene. La definitività del “giudizio di coscienza” ci restituisce, infatti, a noi stessi in piena “responsabilità”.

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Un pensiero riguardo “La coscienza del non credente

  1. …non è facile dire di che cosa si tratti, ma quando dentro di me sono convinta che una cosa sia vera e la contrasto per miei interessi, perché è più comodo ignorarla e chiudere gli occhi…mi sento come se stessi prendendo a pugni la mia faccia…

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