Giuda, il capitalismo tra i Dodici

Georges Bernanos

bernanos

cf. Diario di un curato di campagna, Mondadori, pagg. 55-56

Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli ai poveri? […] Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me. (Gv 12,5.7-8)

È la parola più triste dell’Evangelo, la più carica di tristezza. Prima di tutto, è rivolta a Giuda. Giuda! San Luca ci riferisce che teneva i conti e che la sua contabilità non era pulitissima; e sia pure! Ma infine era il banchiere dei Dodici; e chi ha mai visto in regola la contabilità d’una banca? È probabile che gravasse un po’ sulla provvigione, come tutti. A giudicare dalla sua ultima operazione, non sarebbe stato un brillante commesso d’agente di cambio, Giuda.


Ma il buon Dio prende la nostra povera società qual è; al contrario di quello che fanno i buffoni che ne fabbricano una sulla carta, poi la riformano a tutta forza, sempre sulla carta, beninteso! A dirla in breve, Nostro Signore conosceva benissimo il potere del danaro; e ha fatto accanto a sé un posticino al capitalismo; gli ha lasciato le sue possibilità; ha fatto persino il primo deposito di fondi. Trovo tutto questo prodigioso, che vuoi! Così bello! Dio non disprezza nulla.
Dopo tutto, se l’affare fosse andato bene, Giuda avrebbe probabilmente sovvenzionato dei sanatori, degli ospedali, delle biblioteche o dei laboratori. Avrai osservato che già s’interessava al problema del pauperismo, come un milionario qualsiasi. «Ci saranno sempre dei poveri tra voi» risponde Nostro Signore «ma io non sarò sempre con voi». Il che significa: «Non lasciar suonare invano l’ora della misericordia. Tu farai meglio a restituire immediatamente il danaro che m’hai rubato, invece di cercar di montare la testa dei miei apostoli con le tue speculazioni immaginarie sui fondi di profumeria e sui tuoi progetti d’opere sociali.
Per di più, credi di lusingare così il mio conosciutissimo gusto per i senzatetto; e sbagli completamente. Io non amo i miei poveri come le vecchie inglesi amano i gatti sperduti, o i tori delle corride. Sono abitudini da ricchi, codeste. Io amo la povertà d’un amore profondo, riflessivo, lucido – da uguale a uguale –, come una sposa dal fianco fecondo e fedele. L’ho coronata con le mie proprie mani. Non le fanno onore tutti quelli che vogliono, e chi non ha prima rivestito la bianca tunica di lino non può servirla. Il pane dell’amarezza non può romperlo con lei chiunque voglia farlo. Ho voluto che sia umile e fiera, non servile. Non rifiuta il bicchier d’acqua, purché sia offerto in mio nome; ed è in nome mio che lo riceve. Se il povero traesse il suo diritto soltanto dalla necessità, il vostro egoismo lo avrebbe presto condannato allo stretto necessario, pagato con una riconoscenza e una servitù eterne. Così, oggi tu ti adiri contro questa donna che ha irrorato i miei piedi con un nardo pagato carissimo, come se i miei poveri non dovessero mai profittare dell’industria dei profumieri.

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