Effetto Francesco: il culto e la personalità

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L’effetto “papa Francesco” non accenna a diminuire, dopo circa un semestre di governo ecclesiale. Dire che questo è un bene appare persino banale: la freschezza, immediatezza, capacità comunicativa da un lato; l’attenzione ai poveri e ai deboli, la critica a un governo ecclesiale “marcio” e a un potere dei potenti più marcio ancora, dall’altro: sono i due elementi che piacciono a tutti, quasi senza eccezione. E ci mancherebbe! Ma dietro a queste evidenti emergenze del papato attuale, serpeggia un rischio che, Francesco stesso, ha perfettamente mostrato di comprendere quando ha detto a chiare lettere: Bisogna dire viva Gesù e non viva il Papa!

Tant’è: la nostra quotidianità ha bisogno di figure che mostrino con evidenza che il mondo si può cambiare e che c’è speranza anche per una società millenaria quale la Chiesa. Il rischio è che si confonda la fede con il culto della personalità, cosa che, quando avviene, produce sempre infami tragedie. In politica ne abbiamo esempi abbondanti anche solo guardando agli ultimi 100 anni; nella comunità cristiana non ne mancano. Il “caso Giovanni Paolo II” è un esempio evidentissimo in cui la forte personalità ha coperto anni di malgoverno interno che hanno condotto a quella che è la condizione della Chiesa oggi (Benedetto XVI, da papa, ha pagato di persona, quasi per contrappasso, gli anni di involuzione del potere gerarchico, le lotte interne al Vaticano, ecc., cui ha partecipato quando era alla Congregazione della Fede). La corsa alla beatificazione di papa Woytila ha mostrato però il re nudo, rivelandosi un inseguimento verso la “conservazione” del culto alla persona, più che una seria analisi di un pontificato “santo”.

Ora, io spero che nei confronti di Francesco si riesca a distinguere tra l’aspetto personale, umanissimo e la capacità di governo; che non gli si chieda ciò che non potrà mai fare (chi pensa che questo papa rivedrà la dottrina sul sacerdozio alle donne o la posizione della Chiesa sui gay o il celibato sacerdotale è un illusa/o) e non farà mai; che si comprenda seriamente, serenamente e criticamente quel che sta facendo (che per me è davvero già molto). Ma soprattutto, che non si cominci a venerarlo santo già in vita: poiché questo genere di “culto della persona” è esattamente ciò di cui la Chiesa oggi ha meno bisogno. Sarebbe, un’altra volta, un modo per dimenticare i problemi che, diciamolo chiaramente, solo quando vengono manifestati, riflessi ed elaborati (e non quando vengono nascosti) sono l’unica e vera strada per la speranza.

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