Cos’è la tradizione?

Franz-Xaver Kaufmann

kaufmann

(1932), in Kaufmann-Metz, Capacità di futuro, Queriniana

«Secondo la concezione cattolica tradizionale, la trasmissione della fede è un processo nel quale una fede ecclesiale contenutisticamente fissata e nella sostanza immutabile – il cosiddetto depositum fidei – viene annunciata e assimilata dai credenti in modo fondamentalmente identico. La fede della Chiesa e la fede dei credenti vengono qui presupposte…; i catechismi della nostra giovinezza erano espressione didattica d questa comprensione…

Questo modello di pensiero non è tuttavia realistico… Certo, abbiamo naturalmente la nostra professione di fede, ma sappiamo tutti che questa professione di fede non è tutta la fede cristiana e neppure tutta la tradizione cristiana…

Gli stessi insegnamenti di Gesù non sono affatto accessibili nella forma originaria o pura, ma sempre e solamente nella forma storicamente e socialmente mediata. E anche il canone della Sacra Scrittura, a cui noi da oltre 18 secoli possiamo riferirci, non è di per sé la tradizione cristiana, ma solo la sua fonte.

La tradizione cristiana non è dunque un dato contenutistico fisso, ma il risultato di un processo di tradizione continuo e ancora perdurante, divenuto vario e socialmente mediato attraverso la molteplicità delle comunità cristiane di fede.

[E ciò vale per] il singolo uomo. In ogni epoca i cristiani hanno conosciuto solo parti della tradizione cristiana e, nel migliore dei casi, ad esse hanno orientato la loro vita. … Oggi noi siamo così intensamente coscienti di questa selettività che non ci è più possibile rimuoverla».

Insomma, si potrebbe concludere con Kaufmann: noi oggi sappiamo di essere relativi e implicati in una storia della quale non abbiamo e non avremo mai una coscienza assoluta. Il cosiddetto “relativismo” quindi non solo esiste davvero, ma non può non esistere: quello che non si distingue a sufficienza è il fatto che non è la verità a essere “relativa”, ma “relativa” è la nostra comprensione della verità. Non è la legge di Dio (se vogliamo dirla così) a essere “relativa e relativizzabile”, ma lo è, inevitabilmente la nostra coscienza e comprensione di questa legge. L’uomo non è assoluto; la sua comprensione è relativa e non può non esserlo, pena il totalitarismo delle idee.

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7 thoughts on “Cos’è la tradizione?

  1. La verità assoluta, se esiste, ci sovrasta…credo che noi dovremmo semplicemente limitarci a fare in modo che tutti i nostri sforzi siano volti a inseguire valori come la giustizia, la libertà, la pace…

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  2. I salmi penso dicano già cosa sia “verità” e il giusto modo di rapportarsi ad essa. “Mostrami Signore la tua via, perché nella tua verità io cammini…” ” manda o Signore la TUA verità e la tua luce, siano esse a guidarmi…” . Ovvero, la consapevolezza di non possederne nemmeno un frammento di quella verità, il desiderio di camminarci dentro, quello si, ma guidati passo passo da Dio. E’ Dio che conduce il gioco ed al salmista che ne chiede lume pare non interessare nemmeno tanto di “sapere”, piuttosto di riuscire a camminare sui passi di Dio. Ed è esattamente ciò che esprimi tu Natale, con precisione, così come fai, con estrema finezza e coraggio a proposito di “relativo”. Penso ci sia bisogno di imparare di nuovo ad usare le parole, dato che anche esse hanno una loro verità che va rispettata ( Carofiglio le da per “manomesse” no?). Così è per “tradizione”, un termine che dovrebbe avere il richiamo immediato ad un deposito immenso e vario nel quale Dio, attraverso le sue creature continua a creare, in continuo divenire, come dice Kaufmann, e invece è avvelenato – io credo – dalla interpretazione estremamente esigua che ne danno i tradizionalisti, ovvero solo dal Concilio di Trento in poi. Il fatto che per “tradizione” si intendano solo quei 5 secoli, senza i 15 che li precedono, quella sì è un oltraggio grave alla verità; un modo molto” relativo” e parziale di definire ciò che per sua natura travalica le normali dimensioni temporali ed è perennemente in fieri.

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      1. Temo che ci sia ancora molta strada da precorrere prima di sentir parlare di “tradizioni”… più mi guardo intorno più ho la sensazione che gli essere umani siano tutti “inscatolati”…rinchiusi in culti, religioni, paesi, etichette, o in varie correnti filosofiche. Chi parla di Gesù non vuole intendere parlare di Buddha….e chi parla di Platone neanche vuole intendere parlare di Maometto…
        Sarebbe auspicabile che imparassimo tutti a lasciar parlare la saggezza che si è espressa attraverso questi, e altri, esseri fuori del comune, poiché la saggezza non appartiene ad alcun uomo e a nessun popolo.
        Ciao Nat! 🙂

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  3. Kaufmann parlava di “concezione cattolica tradizionale” e “tradizione cattolica” e una riflessione lanciata sulla base di quello stimolo portava a riflettere su pregi e difetti di quella tradizione, senza per questo negare l’esistenza e la pari dignità delle altre. Anche io vedo attorno a me tanti “scatolati” e ad essere sincera tra le “scatole” nelle quali i miei fratelli umani scelgono di farsi imprigionare vedo sempre meno religioni, filosofie, culti e sempre più cultura massificante, tecnologia, immagine, efficientismo, virtualità ecc, nelle quali l’uomo e la donna finiscono per avere in sé stessi l’unico punto di riferimento.
    Tra l’aderire ad una filosofia, ad una religione, lasciandosene ispirare per camminare e magari crescere, prendendone il buono che lo rende un umano capace di relazione e il viaggiare in macchina con il cellulare alla mano e gli occhi ai tasti per l’sms ( ne incontro a decine ogni giorno e non mi dite di no!!!) chi vi pare più ingabbiato?

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    1. Non ti dico di no, anzi, anch’io ne incontro a decine ogni giorno!!! D’altra parte però incontro anche persone chiuse nella loro religione, che non guardano un palmo oltre al loro naso e convinti che, per chi non la pensa come loro, ci siano solo le fiamme dell’inferno…le religioni dovrebbero essere porte che si aprono alle realtà e che ci conducono verso un cammino di crescita, non muri che separano e non gabbie in cui si tiene la gente chiusa, ma non è sempre così, anzi… Credo che se la religiosità consiste nel vivere pienamente essendo collegati con il mondo, con la divinità e con l’umanità questa non possa essere chiusa all’interno di qualche istituzione religiosa. La religiosità è una dimensione costitutiva e costante dell’uomo, molto più che di qualche istituzione. È normale appartenere a qualche religione, ma questa appartenenza non dovrebbe mai soffocare la religiosità e servire come un punto di partenza…almeno secondo me!

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    2. Credo che siano due ingabbiamenti non paragonabili. E pericolosi entrambi per motivi diversi: il primo perché rischia di pretendere la verità in nome di un pensiero (o di una rivelazione privata…: religiosa o politica); il secondo perché si dimentica della verità come tensione e ricerca (non gliene importa praticamente nulla…). A me fanno paura entrambi.

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