Wa, kei, sei, jaku: i quattro elementi della convivialità

da Pierre François de Béthune, L’ospitalità, San Paolo, pagg. 26-27

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Riprendo il mio blog: mentre spero che per tutti siano state delle vacanze ritempranti, so che per molti (e anche per diversi amici) la situazione della crisi economica ha portato fatiche e ansie in aggiunta a quelle del semplice quotidiano. L’augurio è, per tutti, quello di una buona ripresa (in tutte le sfumature che vogliamo dare a questa parola).

Un celebre testo della letteratura del Medioevo giapponese ha provocato molte riflessioni nel corso dei secoli. Si tratta dei “Ricordi della mia capanna di monaco”, scritti da Kamo no Chomei nel XII secolo. Antico grande dignitario alla corte imperiale, questo aristocratico aveva deciso di ritirarsi nella montagna a nord della capitale. Nelle note che ci ha lasciato egli descrive le gioie austere della sua vita. Fa notare come gli uccelli che frequentano il suo eremitaggio sembrino a loro agio; i pesci del piccolo lago sono anch’essi nel loro elemento, e a ragione: sono dei pesci nell’acqua. Ma si domanda allora perché gli uomini sembrano non essere mai nel loro elemento. Camminano sovente con passo stanco e pesante; in altri casi li si vede battere i piedi per terra come dei conquistatori. Dove potrebbero stare bene? A questa domanda, qualche secolo dopo, un altro maestro, Rikyu, dà una risposta: è nella piccola camera del té che l’uomo può essere veramente se stesso, senza complessi né arroganza. Lì egli scopre che il suo elemento è la convivialità.

Questa preoccupazione di assicurare un vero incontro nella camera del té appare chiaramente nei quattro principi che ne regolano la pratica:

wa, l’armonia;

kei, il rispetto;

sei, la purezza;

jaku, la serenità.

Si tratta di un “piccolo manifesto dello zen”.

Wa, l’armonia, è la base di ogni comportamento giapponese. Si tratta del rapporto giusto e naturale tra le persone e le cose, tra il cielo e la terra.

Kei, il rispetto, riguarda anche questi rapporti, ma con un’insistenza particolare sulla gerarchia, da rispettare in tutto.

Sei, significa la pulizia esteriore, ma anche la purezza interiore, la sobrietà e la lealtà.

Jaku, è il risultato di tutto il processo: quando si offre una ciotola di té, è soprattutto la serenità che si offre.

Ma la cosa che mi sembra più notevole in questi quattro principi è il fatto che ricordano le quattro grandi religioni o filosofie del Giappone antico. Wa evoca il Tao, sei il Confucianesimo, kei lo Scintoismo, jaku il Buddismo.

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Un pensiero riguardo “Wa, kei, sei, jaku: i quattro elementi della convivialità

  1. Nei mondō (domanda e risposta, tipiche della filosofia Zen) di Juko, che era bravo maestro della cerimonia, leggiamo che Ikkyu, amico di Juko e celebre maestro di Zen, gli chiese un giorno quale fosse l’elemento essenziale nel suo bere il thè. Juko rispose che esso corrispondeva alla «Serenità nel bere il thè»; Ikkyu gli chiese allora se egli avrebbe avuto piacere di bere un po’ di thè in quel momento. Portatagli una tazza, aspettò che Juko fosse sul punto di bere e poi lanciò il suo bastone su di essa, frantumandola. Juko, imperturbabile, rimase calmo e silenzioso, mostrando così la sua capacità di bere il thè anche senza thè, cioè di raggiungere la «Serenità di bere il thè». Penso sia questo ciò che si intende quando si parla di come mettere in pratica lo Zen nella nostra vita.

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