Bernardo di Chiaravalle

bernardo

(1090-1153) L’elogio della nuova cavalleria ai cavalieri del Tempio, testo a cura di M. Polia, Il Cerchio, 1988

Il testo sul quale si fondò gran parte dell’idea di guerra giusta “nelle cose di religione” e della drammatica teoria del “malicidio”, che fu alla base della fondazione dei Templari come ordine religioso armato e della crociata come necessità per la salvezza delle anime.

A Ugo, cavaliere di Cristo e Maestro dalla Milizia di Cristo, Bernardo, abate di Chiaravalle solo di nome: combattere il giusto combattimento. (II Tim. 4,7).

Per una, due e tre volte, se non erro, o dilettissimo Ugo, mi hai chiesto di scrivere un discorso di esortazione per te e per i tuoi compagni d’arme e di brandire lo stilo, dal momento che non mi è concesso brandire la lancia, contro un nemico tirannico. Affermi che sarà per voi di non poco conforto se io vi incoraggerò per mezzo dei miei scritti, dal momento che non posso farlo per mezzo delle armi.

Ho tardato alquanto, in verità, non perché la richiesta mi sembrasse da disprezzare, ma perché il mio consenso non fosse tacciato di leggerezza e frettolosità: uno migliore di me potrebbe adempiere più degnamente a questo compito. […]

Da qualche tempo si diffonde la notizia che un nuovo genere di Cavalleria è apparso nel mondo, e proprio in quella contrada che un giorno Colui che si leva dall’alto visitò essendosi reso manifesto nella carne; in quegli stessi luoghi dai quali Egli con la potenza della sua mano scacciò i principi delle tenebre, possa oggi annientare con la schiera dei suoi forti e seguaci di quelli, i figli dell’incredulità, riscattando di nuovo il suo popolo e suscitando per noi un Salvatore nella casa di David, suo servo

Un nuovo genere di cavalieri, dico, che i tempi passati non hanno mai conosciuto: essi combattono senza tregua una duplice battaglia, sia contro la carne ed il sangue, sia contro gli spiriti maligni del mondo invisibile.

In verità quando valorosamente si combatte con le sole forze fisiche contro un nemico terreno, io non ritengo ciò stupefacente né eccezionale. E quando col valore dell’anima si dichiari guerra ai vizi o ai demoni, neppure allora dirò che questo è segno di ammirazione, sebbene questa battaglia sia degna di lode, dal momento che il mondo è pieno di monaci.

Ma quando il combattente ed il monaco con coraggio si cingono ciascuno il suo cingolo chi non potrebbe ritenere un fatto del genere davvero degno d’ogni ammirazione, per quanto finora insolito?

E’ davvero impavido e protetto da ogni lato quel cavaliere che come si riveste il corpo di ferro, così riveste la sua anima con l’armatura della fede.

Nessuna meraviglia se, possedendo entrambe le armi, non teme né il demonio né gli uomini. E nemmeno teme la morte egli che desidera morire. Difatti cosa avrebbe da temere, in vita o in morte, colui per il quale il Cristo è la vita e la morte un guadagno?

Egli sta saldo, invero, con fiducia e di buon grado per il Cristo; ma ancor più desidera che la sua vita sia dissolta per essere con Cristo: questa è infatti la cosa migliore.

Avanzate dunque sicuri, cavalieri, e con intrepido animo respingete i nemici della croce del Cristo! Siate sicuri che né la morte né la vita potranno separarvi dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù. […]

Con quanta gloria tornano i vincitori dalla battaglia! Quanto beati muoiono martiri in combattimento! Rallegrati o forte campione se vivi e vinci nel Signore: ma ancor più esulta e sii fiero nella tua gloria se morirai e ti unirai al Signore Per quanto la vita sia fruttuosa e la vittoria gloriosa a giusto diritto ad entrambe è da anteporre la morte sacra.

Se, infatti, sono beati quelli che muoiono nel Signore (Apoc., 14,13), quanto più lo saranno quelli che muoiono per il Signore?

E’ senza dubbio preziosa al cospetto di Dio la morte dei suoi santi ma la morte in combattimento ha tanto più valore in quanto è più gloriosa.

Oh, vita sicura, quando vi sia coscienza pura! Oh, dico io, vita sicura quando la morte è attesa senza terrore, ma è addirittura desiderata con gioia ed accettata con devozione! Oh, Cavalleria veramente santa e sicura e del tutto immune dal duplice pericolo nel quale gli uomini corrono spesso il rischio di cadere quando la causa del combattimento non è solo in Cristo. […]

I Cavalieri di Cristo, al contrario, combattono sicuri la guerra del loro Signore, non temendo in alcun modo né peccato per l’uccisione dei nemici né pericolo se cadono in combattimento. La morte per Cristo, infatti, sia che venga subita sia che venga data, non ha nulla di peccaminoso ed è degna di altissima gloria. Infatti nel primo caso si guadagna [la vittoria] per Cristo, nel secondo si guadagna il Cristo stesso. Egli accetta certamente di buon grado la morte del nemico come castigo, ma ancor più volentieri offre se stesso al combattente come conforto.

Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per se stesso, dando la morte vince per Cristo.

Non è infatti senza ragione che porta la spada: è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e la lode dei giusti. (Rom., 13,4; I Pet., 2,14).

Quando uccide un malfattore giustamente non viene considerato un omicida, ma, oserei dire, un “malicida” e vendicatore da parte di Cristo nei confronti di coloro che operano il male, il difensore del popolo cristiano. E quando invece viene ucciso si sa che non perisce ma perviene [al suo scopo].

La morte che infligge è una vittoria di Cristo; quella che riceve è a proprio vantaggio. Dalla morte dell’infedele il cristiano trae gloria poiché il Cristo viene glorificato: nella morte del cristiano si manifesta la generosità del suo Re che chiama a se il suo cavaliere per donargli la ricompensa.[…]

Certo non si dovrebbero uccidere neppure gli infedeli se in qualche altro modo si potesse impedire la loro eccessiva molestia e l’oppressione dei fedeli. Ma nella situazione attuale è meglio che essi vengano uccisi, piuttosto che lasciare senza scampo la verga dei peccatori sospesa sulla sorte dei giusti e affinché i giusti non spingano le loro azioni fino alla iniquità.

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