Il divorzio e la comunione (3)

matrimonio

Diverse reazioni a quanto scritto la scorsa settimana sono andate nella direzione di distinguere quel che importa davvero ai protagonisti della situazione di divorzio rispetto a quel che importa, invece, alla Chiesa. La sovrastruttura di teorie, dogmi, dichiarazioni, pretese evangeliche ecc. sembra essere troppo lontana ormai dall’esperienza personale delle crisi coniugali e delle conseguenze. D’altro canto, in diversi hanno accennato nelle loro risposte (sia sul blog che a voce) al fatto che la partecipazione all’Eucaristia debba essere una questione di coscienza e non determinata da regole sovraimposte.

Mentre ribadisco che queste mie riflessioni sono un modo per provare a mia volta, con onestà, a capire cosa è in gioco in una condizione che obiettivamente è una cartina di tornasole di tutta la situazione ecclesiale odierna (non solo italiana), dalle cose che mi sono state dette mi sono nate alcune domande. Queste domande, che mi sembrano essenziali e molto concrete, le ripropongo qui (probabilmente sono domande poco politically correct e faranno arrabbiare qualcuno… temo anche qualche amico… per cui chiedo venia da subito!):

1. Non è che la delusione e l’astio nei confronti della struttura ecclesiale rischia di nascondere una delusione nei confronti di noi stessi? Prendersela con “i politici”, “la chiesa”, “i medici”, “i giornalisti”, “il papa”… non è una forma per mezzo della quale tendiamo a evitare di fare i conti con noi stessi? Faccio questa domanda perché sento che, spesso, per me è stato ed è così. E’ un meccanismo di difesa, probabilmente utile, finché non si trasforma in un’autogiustificazione a prescindere.

2. Il richiamo del tipo: Dio ama tutti, perché la Chiesa esclude alcuni?, non rischia di far dimenticare che l’amore di Dio (secondo l’affermazione di Bonhoeffer) non è a “buon prezzo”, essendo costato la morte di Gesù; è un amore che va preso sul serio fino in fondo, perché è “costato” caro. L’amore di Dio per l’uomo (nel cristianesimo) è “amore crocifisso”. L’amore non è mai innocuo. E noi non rischiamo troppo spesso di banalizzare questo amore, trasformandolo in un banale “vogliamoci tanto bene”?

3. Il rimando alla coscienza singola quando si tratti di scelte che implicano un gesto comunitario, è davvero corretto? La proposta: “Fai la comunione se la tua coscienza personale ti dice di farla” non è incoerente di fronte alla concezione per cui chi partecipa all’Eucaristia realizza pienamente il suo “essere Chiesa, comunità”? In altri termini: la comunità e la comunione sono ancora necessari alla celebrazione dell’Eucaristia, oppure basta “una coscienza individuale onesta”? Temo che il rimando alla coscienza individuale sia soltanto un ulteriore modo per lasciare le persone abbandonate a se stesse. Tutt’altro, dunque, che in comunione.

4. Quando un sacerdote dice, nel segreto, a una persona divorziata: “Ricevi pure l’Eucaristia se te la senti” non sta in realtà incarnando proprio quel ruolo di unica autorità che dispone del sacro (oltre la comunione e la comunità), ossia proprio il ruolo che gli viene spesso contestato? Non dovrebbe confrontarsi con la sua comunità, per giungere a una proposta condivisa (poiché l’Eucaristia è esattamente la “partecipazione comune dei credenti all’amore di Cristo crocifisso)?

Scambiare le semplificazioni per la semplicità evangelica non aiuta mai il cammino spirituale delle persone; e la vita secondo lo spirito (che è vita di comunione) mi sembra davvero l’unica cosa che conti.

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3 pensieri riguardo “Il divorzio e la comunione (3)

  1. Capperi!!! mi costringi molto volentieri a ripensare e rivedere!! Ieri hai detto che ti saresti spiegato meglio e oggi ci sei riuscito ingranando un’altra marcia. Ecco qua come ragiona e lavora una “coscienza” adulta, ben curata, nutrita e formata, di quelle che provavo a descrivere io. Voglio dire che una persona così difficilmente prenderà alla leggera una decisione in merito a nessun tipo di problema.
    Grazie del nutrientissimo post

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  2. Su i ricordi di catechesi e sulla realtà’. Quelle nostalgiche in Duomo con Martini e poi in casa. Anche quest’anno fatte, ma manca il dialogo..Siamo ovattati, siete ovattati. Sta’ mancando il passo più’ accogliente. La carità’ della parola. Per la comunione ai divorziati si bello parliamo e non segreta individuale. Lo sa Benazzi che un mio caro figlio non ha fatto il padrino al mio secondo nipotino ( ne ho cinque) perché’ era sua chiarezza professarsi non credente. Ma il bene è la vicinanza e l’attenzione nel seguire una crescita devono essere dogmatiche??

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