Il divorzio e la comunione (1)

divorzio

Ultimamente, nelle chiacchierate con parroci, negli incontri con comunità, nelle riflessioni e domande che mi sono sentito porre, una di quelle percepite dalla gran parte come più urgenti è certamente quella che riguarda la questione dei sacramenti ai divorziati risposati; questione, tra l’altro, che occupa gli sforzi e i pensieri anche di molti (anche amici) teologi moralisti. La domanda è riassumibile facilmente: la Chiesa deve dare o non dare l’Eucarestia ai divorziati che si siano risposati?

Di fronte a questa, percepita come un’urgenza, le risposte sono varie (e nelle prossime settimane mi piacerebbe riuscire ad affrontarne qualcuna): il problema è che, di queste varie risposte, la Chiesa ufficiale sembra non tener conto; anzi, sembra non farsene carico in nessun modo (il vescovo di Milano, solo pochi mesi fa, ha chiaramente sottolineato che riguardo a questo tema non c’è molto altro da dire, essendo tutto ben chiarito e definito…).

In effetti vi è (1994) un intervento “risolutivo” da parte della Congregazione per la Dottrina della fede (firmato dal cardinal Ratzinger e approvato da Giovanni Paolo II), e che qui riportiamo sottolineandone i punti salienti:

«I pastori sono chiamati a far sentire la carità di Cristo e la materna vicinanza della Chiesa;…

Consapevoli però che l’autentica comprensione e la genuina misericordia non sono mai disgiunti dalla verità, i pastori hanno il dovere di richiamare a questi fedeli la dottrina della Chiesa riguardante la celebrazione dei sacramenti e in particolare la recezione dell’Eucaristia. Su questo punto negli ultimi anni in varie regioni sono state proposte diverse soluzioni pastorali secondo cui certamente non sarebbe possibile un’ammissione generale dei divorziati risposati alla Comunione eucaristica, ma essi potrebbero accedervi in determinati casi, quando secondo il giudizio della loro coscienza si ritenessero a ciò autorizzati. Così, ad esempio, quando fossero stati abbandonati del tutto ingiustamente, sebbene si fossero sinceramente sforzati di salvare il precedente matrimonio, ovvero quando fossero convinti della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare nel foro esterno, oppure quando avessero già trascorso un lungo cammino di riflessione e di penitenza, o anche quando per motivi moralmente validi non potessero soddisfare l’obbligo della separazione. …

Anche se è noto che soluzioni pastorali analoghe furono proposte da alcuni Padri della Chiesa ed entrarono in qualche misura anche nella prassi, tuttavia esse non ottennero mai il consenso dei Padri … Spetta al Magistero universale della Chiesa, in fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, insegnare ed interpretare autenticamente il «depositum fidei».

la Chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione.

Questa normaesprime una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio».

Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla Comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò importa, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumano l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi“». In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo. …

Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa. Devono anche ricordare questa dottrina nell’insegnamento a tutti i fedeli loro affidati. …

D’altra parte, è necessario illuminare i fedeli interessati affinché non ritengano che la loro partecipazione alla vita della Chiesa sia esclusivamente ridotta alla questione della recezione dell’Eucaristia. I fedeli devono essere aiutati ad approfondire la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella Messa, della comunione spirituale, della preghiera, della meditazione della Parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia. …

L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione(15), dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile».

Di pochi mesi fa, infine, è la riaffermazione da parte del vescovo di Milano del fatto che una risposta è data, e non c’è molto altro da discutere; di poche settimane fa, la proposta da parte dei vicario generale della Diocesi di Milano don Mario Delpini, percepita anche da molti preti come imbarazzante, di una “comunione spirituale” pubblica per chi non può ricevere quella “reale”. Anche in questo caso riporto il testo per chiarezza:

«Invito ogni comunità a una particolare attenzione per esprimere una vicinanza affettuosa anche ai fedeli che si trovano in questa situazione. In particolare può essere di aiuto che i pastori invitino questi fedeli e altri che non fossero in condizione di accostarsi alla comunione sacramentale ad accostarsi comunque al presbitero o al diacono, mentre viene distribuita la comunione, per ricevere una benedizione (compiendo un gesto quale quello di incrociare le braccia sul petto), e proporre la  pratica della comunione spirituale da collocare opportunamente nella celebrazione eucaristica».

E’ innegabile che queste posizioni così nette di fronte a  una società come quella odierna in cui i divorzi e le “nuove famiglie” sono in crescita, pongono di fronte a un problema che è sempre più grave e che va necessariamente affrontato. Mi piacerebbe dare un contributo, qui, con l’aiuto di chi frequenta questo blog, senza polemiche sterili, ma nella ricerca di una riflessione propositiva.

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8 thoughts on “Il divorzio e la comunione (1)

  1. In una situazione in cui si doveva scegliere tra lo sposarsi civilmente (ottemperando ad una assunzione di responsabilità nei confronti dell’altra e future altre persone) o mantenere una relazione “peccaminosa” ma non definita da vincoli matrimoniali (che il sacramento della confessione avrebbe sanato all’occorrenza) il Card. Martini suggerì all’interessato di “agire secondo coscienza” dando priorità a ciò che avviene nel segreto del cuore rispetto a quanto scritto nei canoni del diritto ecclesiastico o anche alla stessa pastorale (mi pare che la Chiesa sia su questi temi molto più preoccupata di “non scandalizzare” gli altri rispetto al non impedire la “salvezza” dell’interessato (salvo usare più pesi e più misure in base all’interessato. Scusa la polemica finale).

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  2. Sui vari pesi e misure potremmo dire molte cose… Ma quel che più mi colpisce è la divergenza che tu sottolinei (e cosi anche molti preti, d’altronde) tra la definizione del magistero e la presa di posizione di alcuni che al magistero appartengono. Seguire la coscienza o seguire la legge? e perché l’una o perché l’altra? E come coniugare la coscienza personale con la vita di comunione della comunità? Il caso dei divorziati risposati mi sembra centrale perché porta con sè una serie di domande che ormai è necessario porsi e che non sono risolvibili né con un “consiglio da amico” (anche se l’amico è il cardinal Martini), né con un rimando alla legge (neppure se il rimandante è il papa).

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  3. Carissimo Natale Benazzi, ho presente la sofferenza di coppie risposate..
    ho presente nuove famiglie il cui precedente matrimonio, magari solo di lui, che abbiano dei figli da portare ad un cammino di preparazione alla comunione e loro sono fuori dal potersi accostare..
    Ma questo non fa male solo a me, ma anche alle coppie giovani sposate in chiesa che vedono e sentono una chiesa povera di misericordia, di fallimento alla
    fratellanza, di differenze sociali, di disparità che allontanano..
    Pensare a questa fila di persone con le mani incrociate sul petto ed io dietro che mi nutro di quel pane che mi serve per condividere amore. Per adesso mi fermo qui…
    Che il Signore illumini di forza rinnovante. Amelia

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    1. Mi colpisce molto l’esempio che fa e la prospettiva di chi “riceve” e guarda altri “con le braccia incrociate”. Mi colpisce perché è prospettiva di condivisione. Quella da cui, probabilmente, bisogna ripartire.

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  4. Sarebbe più opportuno ripartire dalla formula ‘L’uomo non osi separare ciò che Dio unisce’. Il matrimonio è un sacramento. A questo punto oserei dire che se attraverso la Sacra Rota l’uomo riesce ad annullare un sacramento, gli è consentito, allora per i dottori della legge non dovrebbe essere così difficile trovare escamotage per annullare anche il sacramento del matrimonio di chi non si rivolge a loro… non vedo altre soluzioni.

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    1. Buongiorno Maria, credo che il punto (o almeno uno dei punti centrali, se non l’unico) sia proprio quello che lei indica: lo riformulo così (e cercherò di riprenderlo meglio venerdì): come si fa a tenere insieme il comando di Gesù, le ipotesi di annullamento, il valore del sacramento, la finalità procreativa e unitiva, la simbologia sposi/Cristo/Chiesa, la misericordia di Dio che perdona, la giustizia di Dio che chiede penitenza… il tutto in un’azione che mette in gioco le dinamiche più potenti e complesse della vita umana (l’amore, il sesso, le passioni…)? Come spesso capitava anche ai tempi di Gesù, è il classico caso in cui i dottori si son prese (e perse) le chiavi e ora non sanno più come far entrare e far uscire…

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  5. Natale hai lanciato un argomento scottante, anzi di più perchè sono convinta che su questo tipo di rfiflessioni si apra un banco di prova ( per i dottori, i pastori ed anche noi semplici fedeli) per vivere la carità. Dunque uno di quelli capaci di guidarti al cuore del Vangelo. Come di ci bene tu, e come ti auguro, la riflessione comune è complessa e si preannuncia lunga. Mi limito a due cose, anche grazie ad alcune riflessioni fatte sopra. Hai ragione, sui due pesi e le due misure si può dire tanto e lavorare in punta di fioretto. Resta sempre una verità; da sempre fuori celebrazione ed in privé i preti hanno “dato”, anche a divorziati, ciò che pubblicamente non era conveniente fare. Quì c’è un forte discorso di coscienza che direi addirittura doppio; quella del ministro e quella del fedele, sulle quali certo non possiamo e dobbiamo appoggiare nessun giudizio, certo, ma che apre un sospettuccio di ipocrisia e magari, guardando meglio, pure di ingiustizia, perché non sempre il giochino del “nessuno vede” riesce. A parte questo io penso che sia da insistere molto sul problema “coscienza” a partire anche da un’altro aspetto;
    la cura della coscienza, di un essere coscienti in modo libero,sano, adulto, retto, delle cose. Questa cura come avviene? da parte della Chiesa, dell’individuo e della cultura, della società nella quale vive? Certo che la coscienza personale è sovrana ( evviva il Concilio!!!) ma non è che un determinato sistema( ecclesiale ma anche culturale, economico ecc) può modificarla e renderla, da robusta e adulta, debole e bambina? Forse serve anche riflettere su questo aspetto. E magari si scopre che è utile chiedersi perché oggi c’è questa percentuale altissima di casi del genere? Perché tanti divorzi, perché una percentuale di coppie così alta “scoppia”? Non mi arrenderò mai a considerare questo semplicemente un dato di fatto.

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    1. Hai messo in gioco uno dei temi sicuramente centrali della questione: il rapporto tra coscienza personale e comunità (e comunione). Questa relazione andrebbe sviscerata a lungo, anche perché proprio la “comunione” è in gioco nel caso dei divorziati risposati (e sono d’accordo con te sul fatto che non basta che un determinato sacerdote aggiri, in segreto, “per il bene del singolo”, il precetto: è proprio questo il tipico modo con cui si risponde alle esigenze di una coscienza individuale, ma togliendo la relazione con la comunità).

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