La morte di fra Michele minorita

 

rogo

(+ aprile 1389): la fine di un eretico

Uno dei più stimolanti e forti documenti sulla vita e la morte di un frate, Michele da Calci, arso vivo a Firenze per reato d’eresia. Il testo fu scritto da un contemporaneo e seguace di Michele: il linguaggio fresco e popolare rende perfettamente il clima dell’epoca e dei fatti e, insieme, il sottile confine che separa talvolta gli eretici dai santi. Qui riportiamo solo la parte riguardante la condanna e la morte.

 

“(…) Letta che fu la confessione, e ‘l capitano si tornò dentro, non dando sentenzia come è usanza agli altri; e niuno ordine si tenne a lui che s’usasse di tenere agli altri che vanno alla giustizia. Tornato che fu il capitano dentro, la famiglia1 con grande impeto lo trassono fuori della porta del capitano. E rimase tutto solo tra’ mascalzoni, scalzo, con una gonnelluccia in dosso, parte de’ bottoni isfibbiati. E andava col passo larghetto e col capo chinato, dicendo d’ufficio, che veramente parea uno dei’ martiri. E tanto popolo v’era che appena si potea vedere. E a tutti increscendone, diceano: – Deh, non voler morire! – ; ed esso rispondea: – Io voglio morir per Cristo – . E dicendogli: – Oh, tu non muori per Cristo -, e esso dicea: – Per la verità -. E a cui gli dicea: – Oh, tu non credi in Dio -, ed esso rispondea: – Io credo in Dio e nella Santa Vergine Maria e nella santa Chiesa -. E alcuno gli dicea: – Sciagurato, tu hai il diavolo a dosso che ti tira -; ed e’ rispondea: – Idio me ne guardi -. E così andando, rispondea di rado, e non rispondea se non alle cose che gli pareano di necessità, e rade volte alzando gli occhi altrui. (…)

E giunto al capanuccio2, la famiglia fece scostare la gente, e il banditore bandì ch’ogni uomo si scostasse; e feciono uno cerchio de’ cavagli, onde poca gente poté entrare nel cerchio; e io non v’entrai, ma salii in su il muro del l’Arno, sì che potea vedere parte delle cose ma non udire.

Giunto che fu al capanuccio, frate Michele, secondo mi parve vedere e ch’io udì’ dalla gente, arditamente v’entrò dentro; ed essendo legato alla colonna, molti mettevano il capo dentro pregandolo che si svolgesse3; ed egli stava sempre più forte. E secondo che disse uno di certezza4, che gli avea detto: – Che è questo, il perché tu vuogli morire? -, rispuose: – Questa è una verità ch’io ho albergata in me, della quale non se ne può dare testimonio se non morte -.Poi, per ispaurillo, alquante volte fecero fummo intorno al capanuccio con molti ispaurimenti. E la gente d’intorno il pregava che si svolgessi, eccetto alcuno fedele che ‘l confortava. Oltra questo, udì che gli fu mostrato uno giovane co’ fanti de’ Priori5, che venia da parte de’ Dieci per rimenarlo sano e salvo, se si svolgesse. E veggendo uno comandatore la sua fermezza, disse: – Ché c’ha atraversato il diavolo a dosso? -. E quel giovane rispuose: – Forse hae Cristo -. In fene delle molte battaglie che gli diedono, mìssono fuco di sopra del capanuccio. Fatto questo, frate Michele, dappoi ch’ebbe detto il Credo, che il cominciò all’entrata del capanuccio, e dopo le risposte che fece, come sentì appiccato il fuoco, cominciò a cantare il Tadeo6 e, secondo che dice alcuno, ne cantò forse otto versi, e poi tenne un atto come se starnutisse, dicendo la sezzaia7 parola: – In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum -. Arsi che furono i legami, cadde in terra ginocchione, colla faccia verso il cielo e la bocca tonda, morto.

E morto, molti diceano: – E’ pare un santo – eziandio delli avversari. Poi alcuni chiesero di grazia al cavaliere8 di seppellire il corpo. E ‘l cavaliere, tratta carta della morte sua, diede loro la licenzia, e andossene con la famiglia. E questi giovani tolsero il corpo mettendolo in un telo di lenzuolo, e portàrolo e sepelìrolo in una fossa di lungi alquanto dal capanuccio.

 

1 i gendarmi

2 il luogo del rogo

3 abiurasse

4 si riferisce alla certezza della testimonianza riportata

5 i soldati

6 Te Deum

7 l’ultima

8 il capo dei gendarmi

 

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