In margine alla Fiera del Libro

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Un piccolo pensiero a margine della Fiera del Libro di Torino, che ho visitato ieri (un poco in fretta, tra qualche appuntamento con autori e qualche incontro con altri editor ed editori). La sensazione della crisi del libro si respira non tanto per le presenze di visitatori, che in fondo erano anche numerose, e anche di ragazzi e di giovani, ma per la qualità dei prodotti. Da tempo l’impressione, condivisa da molti che lavorano nel settore, è che pur di vendere qualche “maledetto libro in più” si faccia di tutto, adattando la merce libraria (perché di questo si tratta) alle più tristi e intristite leggi del mercato. In realtà, anche questa affermazione puzza di retorica, perché viene subito da chiedersi: potrebbe essere altrimenti? Ossia: si potrebbe fare editoria (che, in fondo, non è altro che produzione e vendita di libri) senza rispettare la legge della domanda e dell’offerta?

Evidentemente no. Si inganna chi crede che, per una qualche ragione ideale, il libro debba sottostare a una legge più celeste che terrena. Il libro è sempre stato merce, per il semplice fatto che produrlo ha un costo e che, dietro ogni volume, ci sono tante di quelle persone che lavorano, da rendere sensato anche il suo prezzo (lo dico molto tranquillamente, da persona che lavora nel settore da oltre venticinque anni: i libri non costano tanto! Se si sapesse quanto persone hanno partecipato alla produzione di un volume, lo si comprenderebbe senza alcun dubbio). Ma neppure questo, del costo, è il vero problema.

Di che si tratta, dunque? Perché c’è crisi nel settore librario?

Una ragione non è certo difficile comprenderla: c’è crisi ovunque e il libro non è certo considerabile come un bene primario (per millenni, intere generazioni hanno vissuto senza leggere una riga e, nonostante questo, l’umanità è progredita). Ma un bene primario è certamente la cultura, che non è solo libro, ma della quale il libro è divenuto, nel tempo, elemento fondamentale. La cosa che spaventa (almeno me!) non è che si vendano pochi libri e che molti editori possano prima o poi chiudere; quel che spaventa è che, di fronte alla crisi, il 90% dell’editoria abbia venduto l’anima pur di sopravvivere. Diciamocelo senza pudori: il 90% dei libri pubblicati per il mercato “adulto” non educa, non fa riflettere, propone ipotesi pseudoscientifiche, pseudoteologiche; risponde alla frustrazione diffusa alimentandola; il gossip prende il posto della cultura, spacciandosi per essa; si invitano le persone a confondere realtà e fantasia. Non si educa più. Non si fa più lo sforzo comune della ricerca della verità. Tutto è indifferente.

Il libro, quando nacque, divenne subito un mezzo per diffondere idee, progetti, possibilità, speranze. Oggi è un mezzo che cerca un mercato per sopravvivere: non è più preoccupato dei contenuti, ma di come continuare a circolare. Non esiste più per poter dare qualcosa, ma offre qualunque cosa gli permetta di continuare a sopravvivere. Somiglia più a una puttana che a un grande amore.

Vogliamo dirla in altri termini? Non basta avere polmoni perfettamente funzionanti,  se manca l’aria buona. Prima o poi si muore. Occorre tornare a frequentare un’ecologia della mente, una sostenibilità dell’ambiente interiore. Affinché questo ambiente abbia di nuovo fame di cose buone. Allora l’editoria tornerà a incarnare la sua parte più nobile e il lettore a fare buon uso della lettura.

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2 pensieri riguardo “In margine alla Fiera del Libro

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