La dignità dell’eretico

Poggio Bracciolini

bracciolini

(1380-1459) Lettera su Girolamo da Praga, in E. Garin, Il Rinascimento italiano, Milano, 1941

Poggio Bracciolini descrive in questa lettera la figura di Girolamo da Praga, che la Chiesa aveva condannato come eretico. Appare chiaramente lo spirito di tolleranza rinascimentale, che aiuta a vedere, anche ad occhi cattolici come quelli di Poggio, la figura dell’uomo e dei suoi valori in modo decisamente nuovo: Bracciolini non esalta l’eretico, ma l’uomo tout court, recuperando quell’antico e mai sopito simbolo di humanitas, dalla quale riemerge la dimensione prettamente umana del martirio (si noti, peraltro, il riferimento a Socrate e a Scevola, e l’assenza del riferimento ai martiri cristiani).

“Pochi giorni dopo il mio ritorno a Costanza si cominciò a discutere pubblicamente la causa di Gerolamo da Praga, che dicono eretico. Ho deciso di riferirtene, sia per la gravità dell’avvenimento, sia, soprattutto, per l’eloquenza e la dottrina dell’uomo. Confesso di non avere mai visto nessuno che, specialmente in una causa capitale, si avvicinasse di più all’eloquenza di quegli antichi che tanto ammiriamo. Era mirabile cosa a vedersi con quali accenti, con quale eloquenza, con quali argomenti, con quale aspetto, con qual viso, con qual fiducia, rispondeva agli avversari ed infine perorava la sua causa; tanto che è da rimpiangere che un ingegno così nobile ed eccellente si volgesse all’eresia, se è poi vero quello di cui l’accusano (…)

Essendogli stato infine permesso di parlare: “Io so, disse, o dottissimi uomini, che molti, pur eccellenti soffrono cose indegne della loro virtù, rovinati da falsi testimoni, condannati da giudici iniquissimi”. (…) Finalmente vene a lodare Giovanni Hus condannato al rogo, chiamandolo buono, giusto e santo, e non meritevole di quella morte. E nel lodare Giovanni Hus, disse che nulla egli aveva sostenuto contro la Chiesa, ma contro l’abuso dei preti, contro la superbia, il fasto e la pompa dei prelati. Infatti, poiché i patrimoni ecclesiastici sono dovuti innanzitutto ai poveri, poi ai pellegrini, quindi alla fabbrica delle chiese, a quell’uomo buono era sembrato indegno che venissero sperperati con meretrici, in banchetti, in cani, cavalli, vesti e altre cose indegne della religione di Cristo (…)

La sua voce era soave, chiara, sonante, accompagnata da un dignitoso gestire oratorio, esprimente l’indignazione o suscitante la pietà, che tuttavia egli né cercava né desiderava ottenere. Stava impavido, intrepido, non solo spregiando la morte ma desiderandola, tanto che l’avresti detto un secondo Catone. O uomo degno tra gli uomini di eterno ricordo! Non intendo lodarlo per quel che egli sentisse in contrasto con la Chiesa, ma ammirare la dottrina, l’eloquenza, la dolcezza del dire e la finezza del rispondere (…)

Con volto sereno e aspetto calmo affrontò la morte, non ebbe paura del rogo, non del genere del tormento, non del trapasso. Nessuno stoico mai andò con tanta serenità verso la morte (…). Mentre il rogo bruciava, cominciò a cantare un inno che solo il fumo e le fiamme poterono interrompere (…)

E quando il littore volle accendere il rogo alle sue spalle, perché non vedesse, esclamò: vieni qua e brucialo davanti ai miei occhi. Se ne avessi avuto paura non sarei mai venuto qua, dal momento che potevo fuggire. Così arse quell’uomo, egregio oltre ogni credenza (…) né quel famoso Muzio lasciò bruciare la sua mano con la serenità con cui questi lasciò bruciare il suo corpo. Né con tanta prontezza Socrate bevve il veleno, con quanta egli salì sul rogo.”

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