Ascesa del corpo e ascesi dello spirito

Francesco Petrarca

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(1304-1374) Lettera a Dionigi da Borgo di San Sepolcro sull’ascesa compiuta col fratello al monte Ventoso e intorno ai propri affanni (1336)

L’ascesa al monte come metafora del rapporto tra vita quotidiana e vita spirituale. Una delle più belle pagine di Francesco Petrarca.

“Sono salito, oggi, sul più alto monte di questa regione, che chiamano a ragione Ventoso, solo per desiderio di visitare un luogo famoso per la sua altezza. Avevo in mente questa gita da molti anni, poiché, come tu sai, fin da piccolo ho abitato questi luoghi in grazia del destino che regola le vicende umane, e questo monte, visibile da ogni parte, mi stava quasi sempre davanti allo sguardo.

(…) pensando alla scelta di un compagno, nessuno degli amici miei – cosa strana – mi parve perfettamente adatto: tanto rara è, tra persone cara, una perfetta identità di volere e sentire. Uno era eccessivamente pigro, l’altro sollecito; uno troppo lento, l’altro troppo veloce; uno troppo triste e l’altro troppo allegro; uno troppo sventato, l’altro troppo prudente; temevo di uno i lunghi silenzi e dell’altro la spigliatezza; di un tale la pesantezza e grassezza, di tal altro la magrezza e la debolezza (…) Infine mi rivolsi alla mia casa, confidandomi con l’unico fratello mio, di me minore, che tu ben conosci: non poteva ricevere un più felice invito, felice che lo considerassi amico e fratello.

Partiti dunque nel giorno stabilito, verso sera giungemmo a Malaucène, paese ai piedi del monte, rivolto a tramontana. Dopo aver lì sostato per un giorno, oggi finalmente, accompagnati ciascuno da un servo, abbiamo compiuto la salita non senza molta fatica, poiché la struttura pietrosa del monte è scoscesa e accessibile solo con difficoltà (…).

Incontrammo in una piccola valle del monte un vecchio pastore che cercò di dissuaderci dalla scalata con molte regioni, e ci narrò che cinquant’anni fa, egli stesso, col medesimo nostro entusiasmo giovanile, salì fin sulla cima, tornando deluso e affaticato, col corpo ferito e gli abiti laceri per le pietre e i rovi; e aggiunse che non aveva mai udito di qualcun altro che, prima o dopo di lui, avesse fatto il medesimo tentativo. E in noi, come spesso accade nei giovani, che non si lasciano sedurre dai consigli, proprio a causa di quel suo affannarsi, cresceva la voglia dietro il divieto. Dunque, il vecchio, visti inutili i suoi sforzi, avanzò verso di noi e ci additò un ripido sentiero, avvertendoci a lungo e continuando a farlo alle nostre spalle, mentre già ci eravamo allontanati. (…)

Come spesso accade, al primo sforzo seguì la spossatezza; ci fermammo, dunque, presso una roccia non lontana. Quando ripartimmo, il nostro passo s’era fatto più lento. Soprattutto io m’inerpicavo con lenti passi, mentre mio fratello saliva sempre più in alto per una scorciatoia lungo il crinale del monte. Io, più debole, ridiscendevo verso il basso e, a lui che mi chiamava indicandomi la via giusta, rispondevo che speravo di trovare un accesso più facile dall’altro fianco del monte, e che preferivo fare una strada più lunga ma più agevole. Così scusavo la mia pigrizia e, mentre i miei compagni erano in cima, io vagavo ancora nella valle, senza che quella via migliore mi apparisse: il cammino si allungava e la fatica, inutile, mi fiaccava.

Infine, stanco e pentito per quell’andare e venire, decisi per la salita diretta e, una volta giunto presso mio fratello, io stanco, lui ormai riposato, procedemmo insieme per un breve tratto.

Avevamo appena lasciato quel colle che io, già immemore del mio primo errore, ricominciavo a prendere verso il basso e, di nuovo, cercando per le valli una strada più agevole, mi trovo fra grandi difficoltà. Cercavo così di allontanare la me la nausea della salita, ma la natura non obbedisce alla umana volontà, né un corpo, scendendo, può guadagnare in altezza. Che altro? la medesima cosa mi successe, fra le risa di mio fratello, in poche ore, più di tre volte. Allora, deluso, sedetti in una valle, dove, trascorrendo col pensiero – esso sì agile – dalle cose materiali a quelle astratte, parlavo a me stesso in questo modo: – Ciò di cui oggi hai fatto esperienza, mentre salivi questo monte, è ciò che accade a te e a molti quando si accostano alla felicità (…). La vita che diciamo felice è posta in alto; stretto è, come si dice, il sentiero che vi conduce. Tra noi e quella sorgono molti colli e ci tocca di avanzare con nobile andatura di virtù in virtù: su quella cima sta il limite estremo, la fine della strada, la meta del nostro andare. Tutti vogliono giungervi ma, come dice Ovidio “poco è volere; con passione bisogna desiderare per giungere allo scopo”. Ma tu, senza dubbio, se non ti inganni in questo e in altre cose, non solo sai volere, ma anche desiderare ardentemente. Che dunque ti impedisce? certo nient’altro che la via che passa tra i piaceri terreni, che è più semplice e, apparentemente, più breve; ma dopo aver a lungo vagato, o sotto il peso di una fatica stupidamente differita, dovrai avviarti verso la vetta della vita beata o cadere spossato nella valle dei tuoi peccati; e se (Dio non voglia) in quel luogo ti coglieranno “le tenebre e l’ombra della morte”, ivi vivrai una eterna notte fra perpetui tormenti -.

(…)

Mi penetrò, poi, una nuova riflessione, che mi spostò dal luogo al tempo. – Oggi, mi dicevo, son dieci anni da che abbandonasti Bologna, lasciati gli studi giovanili; quanti mutamenti sono avvenuti in te nel tempo! Non posso enumerarli… né sono giunto in porto, per poterne parlare come di passate tempeste. Forse verrà un giorno in cui le racconterò con l’ordine stesse con cui si son susseguite, introducendole con le parole stesse del tuo Agostino: “Voglio ricordare i miei mali passati e i peccati della carne, non perché io li ami, ma per amar te, mio Dio”. In me resta ancora molto di traviato e di incerto. Non più amo ciò che amavo – o meglio – l’amo di meno; ma mento anche così: l’amo, ma con vergogna maggiore e tristezza – ora ho detto il vero. Infatti è proprio così: amo ciò che non vorrei amare, ciò anzi che vorrei odiare; amo controvoglia, costretto, addolorato, triste ed in lacrime. Così, miseramente, in me stesso sperimento il contenuto di quel famoso verso: “Se posso, voglio odiarti; altrimenti t’amerò contro voglia”. Non son passati tre anni, da quando in me regnava senza rivali quella cattiva e perversa volontà che mi abitava intero e regnava nelle stanze del mio cuore, ed ora ve n’è una seconda, avversa e riluttante a quella; e tra l’una e l’altra dura, da tempo e tuttora, una lotta dura, faticosa e incerta fra i miei pensieri, per la vittoria sul doppio uomo che c’è in me -.

(…) e mi venne in mente di consultare le “Confessioni” di Agostino, dono della tua amicizia, libro che, in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato, porto sempre con me, sempre a portata di mano – un piccolo libro, ma colmo di dolcezza. L’apro, dunque, per leggervi a caso, e cosa mi capita, se non un brano pieno di pietà e devozione? Mi capita il libro decimo (…) e le prime parole che vedo sono: “Gli uomini vanno a contemplare alti monti, flutti del mare potenti, larghi letti di fiume, immensità di oceani e corso delle stelle, ma trascurano se stessi.” Stupii, lo confesso, (…) e chiusi il libro, adirato contro me stesso per quella mia ammirazione delle terrestri cose, mentre avrei dovuto apprendere da tempo, persino dai filosofi pagani, che nulla è degno d’ammirazione fuorché l’anima, in confronto alla quale nulla è troppo grande.

Quindi, sazio e soddisfatto ormai della vista del monte, rivolsi gli occhi della mente in me medesimo, così che nessuno da quel punto mi udì più parlare finche non fummo giunti al piano: quelle silenziose parole, infatti, mi tenevano fin troppo occupato (…): – Se non ho esitato a sottopormi a tanto sudore e fatica per condurre il mio corpo fisicamente più vicino al cielo, quale croce, carcere o tormento può atterrire un anima dall’avvicinarsi a Dio, calpestando le cime dell’orgoglio e i destini degli uomini?

(…)”

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