Le armi e la fede

Thomas Müntzer

Thomas_Muentzer

(1467ca-1525) Discorso agli insorti di Allstedt, in J. Macek, La Riforma popolare, Firenze, 1973, pagg. 68s.

Le tensioni religiose misero a ferro e fuoco l’Europa post-medievale, mescolando processi di liberazione sociale e di affermazione della vera fede. Uno dei momenti più drammatici fu certamente quello della rivolta guidata da Thomas Müntzer, che fu ripresa anche dalla letteratura a noi contemporanea con le splendide pagine di apertura di “Q”.

Anzitutto il puro timore di Dio, cari fratelli. Quanto ancora dormirete? da quanto tempo avete cessato di professare la volontà di Dio in quanto, secondo voi, egli vi ha abbandonato? Ah! quante volte vi ho detto che così deve essere, che Iddio non può rivelarsi diversamente, dovete star quieti. Se non lo farete, il sacrificio, il vostro dolore straziante sarà stato vano. Voi dovete poi ritornare nuovamente nel dolore. Questo vi dico: se non volete soffrire per Dio, dovete essere martiri del diavolo.

State perciò in guardia, non siate dunque pusillanimi, incuranti, non lusingate più a lungo i fantasmi perversi, gli empi scellerati, prendete l’iniziativa e combattete la lotta del Signore! Il tempo è maturo, impedite a tutti i vostri fratelli di schernire la testimonianza di Dio, perché altrimenti andranno tutti in rovina. Tutta la terra germanica, francese, italiana è in movimento, il maestro vuol fare il gioco e i malvagi devono starci. Durante la settimana di Pasqua sono state devastate quattro collegiate a Fulda, nel Klettgau, nell’Hegau, nella Foresta Nera i contadini sono insorti, forti di tremila uomini e più il tempo passa e più il mucchio diventa più grande. La mia unica preoccupazione è che i pazzi s’inducano ad un patto falso, perché non hanno ancora conosciuto il danno.

Anche quando foste solo in tre che avete fiducia in Dio e cercate solo il suo nome e la sua gloria, non avrete paura di centomila. E ora su, è giunta l’ora, i malvagi sono manifestamente scoraggiati come cani. Incitate i fratelli a venire all’accordo e a dare una prova al loro movimento. Ciò è oltremodo, sommamente necessario…

Non badate ai lamenti degli empi. Essi vi pregheranno così amichevolmente, strilleranno come bambini. Non lasciatevi impietosire, così come Dio ha comandato per bocca di Mosé e lo stesso lo ha rivelato anche a noi. Destate i villaggi e le città, e particolarmente i garzoni minatori con altri bravi giovani che presteranno volentieri il loro aiuto. Non dobbiamo dormire più a lungo. […]

Su, su, su, finché il fuoco arde. Non lasciate raffreddare la vostra spada, non lasciatela inerte! Battete beng bang sull’incudine di Nimrod (1), atterrate la sua torre! Finché vivono è impossibile che vi liberiate del timore umano. Nessuno può parlarvi di Dio finché essi vi tengono sottomessi al loro dominio. Su, su, perché è giunto il vostro giorno, Iddio cammina davanti a voi, seguitelo, seguitelo!”

(1) Gen 10, 8ss.

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2 thoughts on “Le armi e la fede

  1. Emidio Campi, professore emerito di Storia della Chiesa all’Università di Zurigo, nell’introduzione agli Scritti politici, definisce Müntzer «uomo troppo vivo, troppo esuberante, troppo geniale per poter essere fissato in una scuola o tendenza. Scuole e tendenze possono rintracciarsi – ed è giusto che lo si faccia – nel suo pensiero, ma ben difficilmente si può fissarlo in un’unica scuola o in un unico pensiero».
    Dopo aver ricordato le varie definizioni assegnate a Müntzer di «falso profeta», «profeta della rivoluzione», «mistico» e «ribelle in Cristo», individua la caratteristica di Müntzer nell’aver vissuto i suoi pensieri «nel centro delle lotte sociali e politiche del suo tempo: il suo discorso teologico era direttamente un discorso politico, cioè aderenza alle situazioni, alla concretezza dello spazio e del tempo. Certo non si può dire che il suo contemporaneo Lutero non aderisse anch’egli alla prassi; ma quando si è trattato di scegliere pro o contro i contadini in rivolta, Lutero ha scelto contro di essi, la sua teologia si è concretizzata in una prassi conservatrice. Viceversa per Müntzer il nesso teoria-prassi appare subito rivolto in senso rivoluzionario».

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  2. Su Giap di marzo 2009, la newsletter pubblicata dai Wu Ming, in occasione del decennale del romanzo gli autori di “Q”, pubblicano una lunga riflessione mettendo in luce echi e parallelismi tra le manifestazioni di protesta di oggi, specialmente il G8 di Genova, e la rivolta dei contadini del 1525.

    Nel 2001, la grande marcia degli Zapatisti, al seguito del Subcomandante Marcos, verso Città del Messico per i diritti degli indios, comprende anche il movimento di protesta italiano delle Tute Bianche, di cui fanno parte i Wu Ming che per l’occasione, regalano una copia di Q a El Sub e scrivono un breve racconto allegorico, La favola della scimmia bianca. Secondo l’interpretazione degli autori, lo zapatismo è stato un movimento altamente innovativo, e ha influenzato tutte le lotte a venire, compresa quella dei movimenti impropriamente definiti “no global”.

    Spinti dall’enorme successo ottenuto con il libro anche grazie alla diffusione su internet, tanto che non era raro vedere persone nei forum di movimento firmarsi Magister Thomas o Gert dal Pozzo e il motto omnia sunt communia circolare in giro per la rete o su striscioni di cortei, e confortati da ciò che era accaduto a Seattle nel 1999 al meeting della WTO, a Praga al meeting tra Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nello stesso anno e in Québec nel 2001 al convegno dell’ALCA, i Wu Ming furono molto attivi nel convincere la gente ad andare a Genova per il G8, scrivendo anche un appello Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’impero e verso Genova, ma quella protesta si rivelò “una Frankenhausen” (la sconfitta dei contadini tedeschi, raccontata in Q).

    L’ultima parte della riflessione si concentra sulla differenza tra mito “genuino” e mito “tecnicizzato”, con un’analisi della metafora del “potere sotto assedio” che prese forma nel movimento del 2000-2001. Secondo i Wu Ming, l’evocazione “forzosa” di questa metafora, a cui essi stessi contribuirono coi loro scritti d’occasione, equivaleva a una “tecnicizzazione” del mito, a un uso strumentale e contingente di elementi di immaginario incanalati ad hoc. L’illusione era quella di poter “costruire” il mito del movimento “come il dottor Frankenstein o, peggio ancora Henry Ford”, ossia in laboratorio o addirittura sulla catena di montaggio.

    Proprio lo scontro tra la metafora di un potere assediato e la realtà di un potere inassediabile (perché “immateriale” come il flusso finanziario) è, secondo gli autori, alla base degli errori di calcolo che portarono il movimento a cadere nella trappola genovese. Dopo quella sconfitta, il movimento si affievolì e si radicalizzò sempre più in un circolo vizioso per cui meno gente c’era più si estremizzava e ciò portò all’abbandono del movimento delle persone non interessate a “patetici combattimenti tra galli”.

    I Wu Ming concludono il saggio dicendo che la loro marcia proseguirà senza miti tecnicizzati.

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