“Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini”

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Il caso di monsignor O’Brien (clicca qui) riporta in primo piano la questione della pedofilia a pochi giorni dal Conclave. Un libro, la cui edizione italiana ho personalmente curato e che le edizioni San Paolo hanno coraggiosamente pubblicato, affronta questo tema portando in evidenza, per la prima volta in Italia, la confessione di una donna che ha vissuto questa drammatica condizione nella solitudine e nell’abbandono a se stessa. Riporto qui una parte della postfazione, scritta da un sacerdote che si è fatto carico, in Belgio, di riflettere con serietà e onestà sul problema. Il libro da cui è tratta è Nessuno ti crederà.

«La riparazione istituzionale non potrà sfuggire a una pubblica richiesta di perdono. La parola perdono è difficile da comprendere e può essere soggetta ad ambiguità. Non è un termine solo religioso. Infatti, il perdono non può in alcun modo sostituirsi alla giustizia. Tuttavia, anche quando giustizia è fatta, la richiesta di perdono si pone. Ed è anzitutto la richiesta di perdono di chi ha molestato e abusato. Va da sé. La vittima ha bisogno di sentirla dalle sue labbra. Eppure ci troviamo anche di fronte a una dimensione sociale dell’offesa: al di là dell’aggressore, c’è una collettività che ha chiuso la vittima dentro il suo dolore. Vorrei che la gerarchia, i preti e le comunità cristiane osassero mettersi in gioco in questo perdono più ampio per mostrare che la responsabilità non è solo individuale, del singolo molestatore. Insisto su questo punto perché vedo una grande delusione, una rivolta in tante vittime che vedono questo perdono ecclesiale ridotto a pura formalità. Voglio parole forti, che scuotano la carne e il sangue. Vogliono sentire uno slancio sincero. Voglio una Chiesa con il cuore che sanguini, e che non abbia paura di farlo vedere.

Sono così la vittima potrà forse perdonare. E, anche in questo modo, capisco che sarebbe comunque difficile, forse impossibile. Aggiungo ancora, con il sociologo Edgar Morin, che per continuare a vivere nella società, soprattutto dopo un trauma del genere, bisogna «creare con il perdono una rottura nella catena della disumanità».

A tutte le vittime, a ciascuna in particolare, vorrei poter dire fino a che punto sono rimasto ferito dalle loro ferite e, poiché faccio parte di questa istituzione nella quale essi sono stati violentati, oso chiedere anch’io perdono sperando che almeno alcune di loro siano disponibili se non altro ad accogliere questa mia richiesta.

La riparazione istituzionale passa ancora per un’analisi fondamentale della Chiesa cattolica sulla questione della sessualità. La Chiesa, ben inteso, come tutte le altre istituzioni della società, ha diritto di offrire la sua opinione e la sua riflessione etica nello spazio pubblico, ma è indispensabile che questa riflessione traduca il modo con cui i cristiani vivono davvero la sessualità, facendo sul quel terreno una proposta densa di fiducia in sintonia con lo sguardo di questo tempo.

Anche se la relazione fra il tema della sessualità e quello della pedofilia non è così diretta, non possiamo tacere, tuttavia, alcune implicazioni pericolose fra le due sfere. Un discorso troppo pessimista e colpevolizzante, oppure troppo idealista, che pone mete inaccessibili, rischia di provocare solo disastri. «Se l’uomo muore in contatto con l’assoluto – diceva il filosofo Merleau-Ponty -, allora, questo assoluto è meglio non frequentarlo». È proprio per questo, credo, che tanti preti, a volte anche generosi, ma anche tanti fratelli, zii, nonni…, prigionieri in un discorso etereo, si sono rivelati affetti da una terribile immaturità sessuale.

So che alcuni rappresentanti degli alti vertici della Chiesa hanno ripetuto più volte di voler scegliere e formare meglio i candidati al sacerdozio o alla vita religiosa e si stanno interrogando sul celibato. Tanto meglio. Queste buone intenzioni saranno credibili solo quando anche l’ultima riparazione verrà compiuta affrontando la grande questione della relazione fra sessualità e potere sacro.

Intendo dire che la riparazione istituzionale passa anche per una seria riflessione sull’ambiguità de sacro che sostanzia il potere del prete.

Permettetemi di condurvi per qualche istante sul piano teologico, da cui non si scappa, se si vuole intraprendere sinceramente un passo essenziale verso la prevenzione di fatti criminosi.

In sintesi: il potere sacralizzato che accompagna il sacerdozio può condurre a terribili derive. Come mi confidava una volta Jean-Yves Quellec, monaco priore del monastero di Clerlande a Ottignies-Louvain-la-Neuve, «uomini fragili a cui viene proposto un ideale di santità perfetta e di pienezza, giungono a colmare questa lacuna talvolta in modo anarchico, violento e a volte anche criminale». È una catastrofe. Non vedono o non vogliono vedere che Gesù stesso ha abolito la frontiera fra sacro e profano. Ecco allora che individui fragili, talvolta poco equilibrati, ma invasati da questo “falso sacro” e imbevuto malamente dal potere che procura, se la prendono con i più deboli di loro, abusando di loro, e chiudendoli – circostanza aggravante – nella tela della loro autorità cosiddetta spirituale. La piccola Laura, con parole sue, legate alla sua giovane età, esprime bene questo abuso di potere e questo sentimento di un sacro che permette tutto. È ciò che Albert Bastenier chiama giustamente nella La Revue nouvelle, una «patologia di funzione».

[…] Il sacerdozio è un servizio, e per esercitare questo ministero serenamente e seriamente bisogna essere capaci di «restare al di fuori del clan», come diceva, in un altro contesto, il mio amico Roger Lallemand. I preti hanno bisogno di mantenere una certa distanza pur nell’appartenenza alla Chiesa. Altrimenti sono in pericolo. E si mettono in pericolo.

Desidero dire ancora che la pedofilia nella Chiesa non è «un incidente di percorso, un fatto strano». Essa interroga la mia istituzione e la scuote alle fondamenta, poiché si trova oggi «sul crocevia di diversi cammini» come scrivevano qualche settimana fa tre professori dell’Università cattolica di Lovanio, fra cui il decano della facoltà di teologia. E questi colleghi non mancavano di segnalare in modo pertinente la «profonda frattura fra una parte influente della Chiesa cattolica e la nostra società».

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