Il miracolo del nulla alle spalle

di BARBARA SPINELLI (da La Repubblica – per leggere tutto l’articolo, clicca qui)

Il miracolo del nulla alle spalle

Propongo qui un estratto da uno degli interventi che sento più densi in questi giorni, sul tema delle dimissioni del Papa. L’insistenza della riflessione su questo avvenimento viene dalla percezione netta che è uno dei fatti per i quali nulla sarà più come prima.

[…] Lunedì abbiamo visto il Pontefice ritrarsi come il protagonista dell’Habemus Papam di Nanni Moretti. Ma attorno a lui non s’accampavano che volti imperturbati, senza increspature.

Angelo Scola, sapendosi possibile successore, si concedeva a fedeli e giornalisti e già sopiva, troncava. Antiche abitudini erano lì, pronte a cancellare le rughe: “È per il bene della Chiesa… State tranquilli… Dio ci guida…”. Pareva un assai ordinario democristiano. Anche questo non escludiamo: che la svolta tettonica venga presto minimizzata, sommersa. Quante volte diremo, negli anni futuri: quel che accade vanifica il graffio che fu la Grande Rinuncia. Polverizza la laicizzazione della Chiesa che il graffio in qualche modo e magari involontariamente presagiva.

[…] Come potrebbe essere diversamente, se teniamo a mente la storia e le opere di questo Papa? È facile parlare di svolte, ma quella vera, che toglie al Vaticano il potere temporale e gli restituisce l’enorme suo peso spirituale, ancora non è avvenuta. Non avvenne dopo la rivoluzione francese della laicità, cui la Chiesa rispose con l’assolutismo, e infine con il dogma dell’infallibilità. Non a caso il cardinale Martini denunciava un ritardo di 200 anni. Il potere temporale sopravvive mutando forme, come Proteo. Oggi la forma è quella dei valori non negoziabili, o supremi. E delle leggi naturali, di cui la Chiesa si erige a custode: come se esistesse un quid che trasforma la legge  –  il nòmos sempre rinegoziato  –  in physis immodificabile dall’uomo (la nascita, la morte, il matrimonio infine fra uomo e donna: un sacramento, per i cattolici, solo a partire dal 1439). Oppure il potere temporale s’afferma nella battaglia sulle radici cristiane d’Occidente e d’Europa, con effetti tragici sui cristiani in Medio Oriente.

Non è stata proficua questa lotta in favore della legge di natura o delle radici cristiane, per il trono petrino. La Chiesa precipita in Europa (nel solo ultimo anno: mille preti in meno, unitamente a un clero sempre più anziano). E perduta la Spagna non le rimane che l’Italia, ultimo bastione dove la laicità, chiamata laicismo per degradarla a dottrina, a credo, non ha da entrare. Per questo è difficile vedere nella rinuncia papale una laicizzazione della Chiesa di Roma.

Resta l’inaudito delle dimissioni, e di quelle parole che uscivano lente, come da un respirare ingombrato da commozione o stanchezza. Resta l’immagine di una solitudine che desta ammirazione ma inquieta, anche. Un ultimo volo della nave di Ulisse, forse: di chi nel suo legno, solo, si getta per l’alto mare aperto. Un presentimento di pericoli non detti. Una serietà al tempo stesso molto spericolata, molto romantica, molto tedesca. Un Papa italiano non oserebbe questo: il nostro non è un Paese romantico.

Non sarà una rivoluzione, ma nulla sarà più come prima: una mossa simile, per la prima volta del tutto libera, non forzata da nemici esterni o interni, desacralizza per forza di cose il papato. Se ci si può normalmente ritirare e non essere più Papa, vuol dire che non c’è più identificazione totale e perenne, tra la persona e la funzione. Sommamente conservatore, Benedetto XVI inaspettatamente innova, quasi avesse intuito le insidie stesse del sacro. La desacralizzazione toglie il coperchio sul santo, sul vero. L’ammissione di estrema umanità, di fallibilità, è immersione-immedesimazione nella kènosis che svuota. Il sacro copre, non disvela. Protegge l’idolo, e le vaste cupole, e le così sfarzose, troppo imponenti mitre dei vescovi. Quel che l’atto papale lascia in eredità è il mistero di Nicodemo e del vento così come glielo racconta Gesù nella clandestinità d’un incontro notturno: non sappiamo da dove venga né dove vada, ma può darsi che ti faccia rinascere dall’alto. […]

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3 thoughts on “Il miracolo del nulla alle spalle

  1. nulla può sinceramente dirsi più rivoluzionario nella chiesa di un simile gesto. Fatto da un Papa , che ha inteso la rivoluzione nei suoi atti, come un continuo rivolgersi al passato.Di certo per chi verrà dopo, sarà fondamentale spingersi a dare risposte certe a questa scelta.

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  2. Nostalgia si accende, caro Natale, per la Chiesa degli Apostoli. Là Pietro era già Pietro, guidava, mediava, confermava la fede della Chiesa. Ma nessuno gli chiedeva di fare tutto: la missione ai pagani, tutte le lettere apostoliche, scrivere i Vangeli, pronunciarsi sui contrasti interni alla comunità di Corinto…
    Noi, invece, chiediamo tutto a Pietro e poi lo lasciamo solo. Giovanni Paolo II, sant’uomo davvero, ci ha provato e ha fatto tutto, compreso il sacrificio finale del suo corpo. Ratzinger era lì, al suo fianco, e assisteva allo sforzo.
    Oggi Ratzinge ha detto no. Ma non possiamo far finta che lo abbia fatto solo per sè…
    Speriamo che i vescovi lo capiscano. Ma i vescovi leggono il Vangelo insieme?

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  3. Che i vescovi leggano il vangelo insieme è una speranza; qualche volta mi chiedo se tutti, va bene anche in solitudine, lo meditino. Io credo che la santità “stile Giovanni Paolo II” sia, in realtà, un pericolo. Credo molto di più a uno stile di santità non esibita, quale mi ha mostrato il cardinal Martini. Ma qui si tratta semplicemente di percorsi spirituali diversi. La sensazione personale è più grave: non solo la Chiesa (ufficiale e non) e il mondo (ma si può chiedere al “mondo” di agire diversamente?) hanno lasciato solo Benedetto XVI. Quello che percepisco come davvero drammatico è che Benedetto XVI (ultima immagine di un certo tipo di pontificato) ha incarnato perfettamente e consapevolmente questa immagine di solitudine e ne è rimasto schiacciato. Qui colgo una differenza col suo predecessore, che invece, in quella sacra solitudine, stava a meraviglia e dominava anche nella malattia. Trovo la solitudine di Benedetto XVI più simile a quella di Paolo VI. Ma queste sono sensazioni. Quel che mi aspetto è che un pontefice ponga (in quanto successore di Pietro) le basi per la comunione. Un pontefice di comunione. Quanto ne sento (e spero ne sentiamo) il bisogno!

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