Comunione e solitudine di un pontefice

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La questione della solitudine dell’annuncio e della comunione è il tema che più di ogni altro ha provocato commenti, su questo blog e anche attraverso telefonate, chiacchierate e mail personali. Chi mi dava ragione e chi mi ricordava che la solitudine è un elemento che fa parte dell’umanità di ogni uomo, di ogni anziano e, soprattutto, del ruolo del pontefice. «Pietro è solo, è sempre stato solo, fin dal momento in cui Gesù chiede a lui e a lui solo: Pietro mi ami più di costoro?»

Vi è una solitudine inevitabile, nei grandi ruoli e per le persone che sono chiamate a interpretarli. Chiunque esse siano: il grande imprenditore è solo; il grande condottiero; l’eroe; le figure mitiche sono sole. Cristo, in croce, è talmente solo da sentirsi abbandonato anche da Dio. Questo è inevitabile. Vi è anche un’altra solitudine eroica, benché più quotidiana: quella di molti padri e madri e figli e anziani e malati. E’ la solitudine della vita e dei ruoli che abbiamo nella vita. Sempre e comunque facciamo i conti con noi stessi. Ma la solitudine che ho percepito nel gesto del papa è più profonda e continua a turbarmi. Poiché, se è vero che in qualche modo “Pietro è inevitabilmente solo” essendo a lui richiesto di “confermare i fratelli”, egli non può esercitare questo ministero e dovere se non ricordando “che ha dei fratelli da confermare” e, ancora più semplicemente, che “ha dei fratelli”. Se lo si chiama Santo Padre, significa che “ha dei figli”. E potremmo proseguire.

Il papa, eletto nella comunione dei cardinali (non entriamo nel merito del fatto che questa comunione possa essere vera o solo di facciata: non importa, per quel che voglio dire), ha lasciato con un gesto solitario. Lo ha detto ai cardinali, ma lo ha meditato da solo. E’ questa solitudine che mi inquieta. Il Dio cristiano (unico!) è trinitario. Persino Dio non accetta la solitudine. Questa dichiarata “solitudine per Cristo” non ha qualcosa di tragico, di non evangelico?

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4 pensieri riguardo “Comunione e solitudine di un pontefice

  1. Sì, ha qualcosa di tragico. Ma parimenti lo ha anche il sugello canonico di quell’atto. Non dimentichiamo che il diritto sancisce la legittimità di questa scelta su precisa base autarchica: è proprio perché è solo che il papa può emetterla. Cioè, solo perché lo fa “senza alcuna costrizione” e come atto personale, insindacabile. Che ci possa essere un atto comunitario previo, a livello informale e interlocutorio, il diritto non lo vieta, ma fa specie che lo escluda nel suo costituirsi formale. Non è forse vero che anche il diritto canonico, così ossessionato dal rischio democraticista del conciliarismo, sia in fondo la roccaforte di un’abissale solitudine?

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  2. Una decisione come quella presa da Benedetto XVI, seppur puó sembrare assunta in un gesto solitario, potrebbe essere invece un atto in comunione con Dio, nella solitudine si medita, ed il silenzio é la lunghezza d’onda con la quale Dio si mette in contatto con le sue creature

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    1. Questo, senza dubbio. La solitudine “con” Dio non esclude però la “comunione” ecclesiale, neppure per il papa, altrimenti è solipsismo. Se vi è una particolarità nel cristianesimo, credo, è proprio per questa dialettica tra orizzontale comunione dei chiamati (e anche il papa è un chiamato, come lo è un eremita) e verticale relazione con Dio. Ma mi accorgo che occorrerebbe ben altro spazio che quello di un blog per parlarne…

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