Atto di coraggio o “gran rifiuto”?

Papa_Benedetto_XVI_a_Milano

Il discorso tenuto ieri da papa Benedetto XVI è stato quel che si dice un fulmine a ciel sereno; benché da tempo si dicesse e affermasse che il papa stava pensando alle dimissioni, nessuno sembrava crederci davvero. Anche di Giovanni Paolo II si erano dette, spesso, cose simili, e tutti ricordano come è finita: una lunga agonia esposta mediaticamente, come se fosse quello il segno della resilienza di una Chiesa cui servirebbe il dolore per essere credibile. Si poteva, ragionevolmente, pensare che anche per Benedetto XVI sarebbe accaduto lo stesso: un cammino sofferente verso la fine.

Invece no. L’ultimo pontefice ha cambiato la storia, rivelando una parte di sé cui molti forse non credevano: quella di una coerenza e di una razionalità spinta fino alle più intime conseguenze. Personalmente non credo che “soffrire molto” sia la strada per farsi simili a Cristo (la croce di Gesù di Nazaret è conseguenza di una coerenza interiore, e viene data da chi vorrebbe spezzare questa stessa coerenza; è “esposizione della carne su una croce” a causa del male, del tradimento, dell’abbandono…; non ha alcuna valenza mediatica; è scandalo e follia, non metodo per attirare le folle). Non sto, quindi, chi mi conosce lo sa da molto, con la scelta di Giovanni Paolo II. La scelta di Benedetto XVI mi sembra non solo più umana, ma anche più cristiana: più vicina alla quotidianità della donna e dell’uomo che, consapevoli della propria fragilità, sanno anche dire, con onestà: non sono più in grado…. Credo che oggi, le persone che faticano nel mondo e che spesso cedono e abbandonano, si sentiranno comprese e amate dal vecchio papa, più che in molte altre occasioni.

Una seconda riflessione (ma sarebbero tantissime) mi viene immediata. Molti si sono chiesti se e come è possibile abbandonare il ministero petrino. La domanda è tutt’altro che peregrina. Sono stati fatti riferimenti a papa Celestino V, quello che Dante porrebbe all’inferno per aver compiuto “il gran rifiuto” (le dimissioni appunto dal ministero papale). Anche altri papi, nella storia, hanno abbandonato il soglio petrino, per volontà personale o spinti dalle circostanze. Ma un fatto è davvero nuovo e pone le dimissioni di Benedetto XVI a un livello completamente diverso: nella storia, anche in quella di Celestino V, le dimissioni hanno sempre avuto una ragione di politica ecclesiale (e sono sempre state collegate a questioni di politica tout court). Nel caso di papa Ratzinger, apparentemente, siamo di fronte a un fatto completamente nuovo: dimissioni perché l’età non permette più di compiere il ministero in modo coerente. Ora, se fosse davvero così (e la lettera del discorso papale non farebbe pensare ad altro), si pone un problema teologico non indifferente, che la tradizione cristiana ha da molto tempo sintetizzato in un adagio di saggezza quasi popolare: «Se Dio dà una croce da portare, dà anche le forze per sopportarla». Questo adagio è stato ed è ampiamente usato per consolare, confermare, spingere alla resilienza donne e uomini che vivono condizioni al limite delle proprie forze. Lo stesso cardinal Dziwisz (segretario di Giovanni Paolo II) ha immediatamente commentato le dimissioni di Ratzinger rifacendosi a questo tema: «Dalla croce non si scende!», è stato il suo commento. La domanda resta: Ratzinger, con le sue dimissioni, ci ha insegnato che quando si giunge alla consapevolezza di non poter più vivere con coerenza e onestà interiore il proprio ruolo (anche e soprattutto di ministero ecclesiale) si può dirlo e chiedere di esserne esonerato? Questa scelta potrebbe aprire nuovi spiragli sulle questioni dei preti che lasciano e dei divorziati? C’è, insomma, un momento in cui si può “abdicare” a un ruolo, a un ministero, “in retta e cristiana coscienza”, consapevoli che continuare a incarnarlo significherebbe non fare più un buon servizio? La storia si apre a nuove soluzioni…

Un terzo tema, va nella direzione dell’interpretazione delle parole precise del papa, che si è dichiarato non più detentore di vigore nel corpo e, quel che soprattutto interessa, nell’animo. Questa duplice sottolineatura è importante: non si tratta solo di forze fisiche che sono venute meno, ma anche di forze interiori. Il fatto che Ratzinger lo abbia sottolineato è indice dell’importanza e della sua consapevolezza a questo riguardo. Ora, personalmente, non posso che pensare a uno scenario parallelo. Quando una persona si trova in forte difficoltà nel gestire una situazione, ha di fronte due soluzioni: farsi appoggiare, soccorrere; condividere la fatica; chiedere aiuto e vicinanza… Oppure: lasciare. Mi colpisce molto che, di fronte a una consapevole fatica, drammatica possiamo immaginare, il papa non abbia scelto una soluzione di “comunione”, ma una soluzione di abbandono. Davvero la comunione ecclesiale vale così poco? Davvero un prete, un parroco, un vescovo, un papa che “non ce la fanno più” non hanno altra soluzione che quella dell’abbandono del ministero che stanno esercitando? Il tempo che la Chiesa sta vivendo è molto complesso. Occorrerà una grande trasformazione perché essa torni a valere come una fiaccola non nascosta. Ma questa trasformazione dovrà, inevitabilmente, essere nella direzione della comunione. Il papa che lascia è un segno profondo. Ma è ancora un segno di solitudine e non di comunione, di angoscia e non di condivisione.

Una cosa è certa: questo pontefice (forse anche per propria responsabilità) è stato e resta un uomo molto solo. Coloro che lo circondano (e anche noi, nelle nostre chiacchiere quotidiane, spesso sciocche e capaci di ferire) dovrebbero riflettere profondamente non solo su quale papa nel futuro della Chiesa, ma soprattutto su quale comunione.

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8 thoughts on “Atto di coraggio o “gran rifiuto”?

  1. Condivido tutto, specie la dimensione della comunione. Mi chiedo anche – in aggiunta – se il ministero del Papa non sia in qualche misura “sopravvalutato” e caricato di paralleli cristologici impropri. Il Papa svolge comunque un ministero, un servizio. L’orizzonte non è la sua persona ma il Regno e la comunità. Nel momento in cui diventa insostenibile (non per capriccio ma per limiti reali) eservitare questo ministero (che è anche servizio di unità, di governo, di guida) non mi sembra affatto scandaloso che la comunità lo affidi a un’altra persona, attraverso in meccanismi di comunione di cui già dispone. Forse abbiamo abusato di simbologia troppo “alter Christi”, e non solo nel caso del Pontefice.

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    1. O “alter Petrus”, che non so se è peggio. Non solo ne abbiamo abusato, ma continuiamo a farlo. Oggi, parlando con varie persone, è più volte emersa l’idea per cui “il papa è solo come lo era Pietro”, “è inevitabile la solitudine per chi guida il gregge di Cristo” ecc.. Forse sbaglio io, ma questa, di una solitudine pre-tesa (come quella di un’ascesi pre-tesa) fa parte di una visione della persona umana in cui davvero non mi riconosco e che non riesco a riconoscere come evangelica. Bisognerebbe scrivere qualcosa sulla solitudine di Gesù, per comprendere la differenza che c’è rispetto a molte solitudini ecclesiali (e a-sociali).

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  2. Caro Natale, ti ringrazio per il tuo modo di leggere gli avvenimenti della storia, e perché hai la capacità di uscire dal coro, di uno sguardo profetico. Mi piace molto l’interrogativo finale su quali possibili percorsi di comunione. Mi trovo pienamente d’accordo con quanto hai scritto. Mi permetto di aggiungere un mio pensiero soprattutto in riferimento al fermento mediatico della cosa, di cui mi trovo anche io ad essere parte con questo scritto. Mi ha colpito il titolo dell’Avvenire: “L’umiltà di Pietro”. E mi dico che forse non è poi così strano che a 85 anni ci si possa ritirare, mettere un po’ in disparte. Anche per un Papa. Nella vita ordinaria ci sono uomini e donne che a quell’età hanno già deposto – con non meno fatiche – gli “incarichi” della vita; il proprio lavoro, la conduzione della casa, il ruolo di padre o madre diventando nonni. Non solo; per molti è l’età in cui altri si prendono cura di loro. Mi domando allora se non sia anche un “privilegio” poter lasciare un incarico simile a 85 anni. Senza addentrarci nei luoghi più poveri di questo mondo, guardo la vita di oggi di molte persone che tra i 40 e i 50 anni vorrebbero poter avere un posto di lavoro, giovani che faticano ad avere un futuro davanti a loro, persone normalissime la cui esistenza è stata segnata da insuccesso, crisi, fallimento. Per loro l’umiltà si trasforma in umiliazione. Non so, ma colui che viene chiamato il “servo dei servi” forse non avrebbe bisogno di tutta questa enfasi che gli stiamo dando. Anche come chiesa. Non solo: ho sentito parlare in continuazione di chiesa fragile, utilizzando appunto schemi di pensiero legati alle logiche di potere; perché solo chi perde il potere si sente fragile e pensa di aver fallito. Nella vita, quella che percorro ogni giorni, si invecchia, ci si ammala, si cambia, si muore. Il Papa ha semplicemente fatto un atto che gli spettava. Che accolgo con stima e rispetto.

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  3. E’ sempre legato alla questione della sacralità, male vero di secoli di cristianesimo. La sacralità fa perdere il senso dell’umanità e della condivisione dell’umanità. E’ bello quel che dici, ricco del continuo confronto con l’umano che so che ti è proprio.

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