Un genocidio da non dimenticare

Bartolomé de Las Casas

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(1484-1566) Brevissima relazione della distruzione delle Indie.

Un’indimenticabile pagina, scritta da un testimone oculare, su uno dei fatti più drammatici (e dimenticati) della storia della Conquista delle Americhe.

Furono discoperte le Indie l’anno millequattrocentonovantadue. L’anno seguente cominciarono ad abitarle i Cristiani Spagnuoli; di modo che sono quarantanove anni che quantità di Spagnuoli vi andarono: e la prima terra nella quale entrarono per abitarvi fu la grande e felicissima isola Spagnuola, che ha seicento leghe di circuito.

Vi sono all’intorno da tutte le parti altre isole infine e molto grandi: ed erano (e noi le abbiamo viste) le più abitate e piene di popoli Indiani, loro naturali, che possa esser terra popolata nel mondo.

La terra ferma, che dalla parte più vicina è distante da quest’isola poco più di ducento e cinquanta leghe, ha di costa marittima più di diecimila leghe discoperte (ed ogni giorno se ne scuoprono di più), tutte piene di genti come un alveare di api, in quello che si è scoperto fino all’anno del quarantuno; sicché pare, che Iddio abbia posto in quei paesi tutta o la maggior parte del linguaggio umano.

Tutte queste infinite genti creò Iddio totalmente semplici, senza malizia nè doppiezza, obbedientissime e fedelissime ai loro signori naturali e alli Cristiani ai quali servono: sono le più umili, pazienti, pacifiche e quiete, di quanti siano al mondo; senza contese nè tumulti, non rissose, non querule; senza rumori, senz’odio, senza desiderio di vendetta.

Sono parimente le genti più delicate, deboli e tenere di complessione, e quelle che meno di ciascun’altra possono sopportar le fatiche, e più facilmente muoiono di qual si voglia infermità; sicché neanco i figliuoli de’ principi e de’ signori fra noi altri, allevati nelle reggie ed avvezzi a vita delicata, non sono più delicati degl’Indiani, neanche di quelli che fra di loro sono di razza di contadini. Sono anche genti poverissime, e che poco posseggono o vogliono possedere di beni temporali; e perciò non superbe, non ambiziose, non avare.

Il mangiar loro è tale, che non pare fosse più parco né manco dilettevole e così povero quello dei Santi Padri nel deserto. Il vestir loro è l’andare comunemente ignudi, coperte le vergogne; e al più si cuoprono con una coperta di bambagia, che sarà come una canna e mezz o due di tale in quadro. I loro letti sono una semplice stoia; e al più dormono in certe cose come reti pendenti, che nella lingua dell’isola Spagnuola chiamano Hamacas.

Sono parimente di puri, non impediti e vivaci intelletti molto capaci e docili in ogni buona dottrina, attissimi a ricevere la nostra santa fede cattolica, e ad esser dotati di costumi virtuosi; anzi hanno manco impedimento a questo, di quante altre genti creò Iddio nel mondo.

E sono creature così importune, da che una volta cominciano ad aver notizia delle cose della fede, per saperle, e nel frequentare li sacramenti della Chiesa ed il culto divino, che (io dico il vero e non esagero) li religiosi hanno bisogno di sopportarli di esser dotati da Dio di un dono di pazienza molto segnalato; e finalmente ho inteso dire da molti Spagnuoli secolari, da assai anni in quà e ripeture volte, non potendo negare la bontà che in quelli vedono: certo queste genti sarebbero le più beate del mondo, se solamente conoscessero Iddio.

Fra queste mansuete pecorelle dotate delle sopradette qualità dal loro fattore e Creatore, entrarono gli Spagnuoli, saubito che le conobbero, come lupi, tigri e leoni di molti giorni affamati. E non hanno fatto altro da quaranta anni in quà, nè altro fanno al giorno presente, che lacerarle, ammazzarle, affliggerle, tormentarle e distruggerle, con le strane, nuove, diverse e non mai più viste ed intese nè lette maniere di crudeltà, delle quali alcune poche di sotto si diranno; e questo fecero e fanno in modo tanto estremo, che essendovi nell’isola Spagnuola più di tre milioni di anime, le quali noi vedemmo, oggidì non vi sono, dei popoli naturali di esse, dugento persone.

L’isola di Cuba è quasi tanto lunga come da Vagliadolid a Roma: ora è quasi del tutto deserta. L’isola di San Giovanni e quella di Giamaica, isole molto grandi, felici e graziose, ambedue sono desolate. Le isole Lucaie, che sono vicine alla Spagnuola ed a Cuba dalle parte del settentrione, le quali sono più di sessanta con quelle che chiamavano delli Giganti e altre isole grandi e piccole (la peggior delle quali è più fertile e graziosa che il giardino reale di Siviglia e la più sana terra del mondo) e nelle quali vi erano più di cinquecento mila anime, oggi non hanno pur una sola creatura. Tutte li Spagnuoli le uccisero, conducendole o per condurle all’isola Spagnuola, dappoiché videro che andavano mancando i popoli naturali di essa. Andando un navilio, or sono tre anni, a cercar per esse la gente che vi fosse rimasa, essendosi mosso a pietà un buon Cristiano per convertire e guadagnare a Cristo quelli che vi si ritrovassero, non si rinvennero se non undici persone, le quali io vidi. E più di trenta altre isole, che sono nel contorno dell’isola di San Giovanni, per la medesima causa sono distrutte e spopolate. Tutte queste isole costituiranno più di due mila leghe di terra, che sono affatto spopolate e deserte.

Della gran terra ferma siamo certi, che i nostri Spagnuoli, con le loro crudeltà e nefande operazioni, hanno spopolati e desolati, sicchè al presente sono desertati benchè fossero già pieni di gente, più di dieci regni maggiori di tutta la Spagna, benché vi si conti Aragone e Portogallo; più e più paese due volte che non è da Siviglia a Gerusalemme, che sono più di due mila leghe.

Daremo per conto certo e reale, che nei detti quaranta anni, per le tirannie ed operazioni infernali delli Cristiani, sono morti ingiustamente e tirannicamente più di dodici milioni di persone, uomini, donne e fanciulli; ed io credo in verità, né penso d’ingannarmi, che siamo più di quindici.

Due modi generali e principali hanno tenuto quelli che sono andati là, i quali si chiamano cristiani, nell’estirpare e torre dalla faccia della terra quelle miserabili nazioni: l’uno con ingiuste, crudeli e tiranniche guerre; l’altro modo usato è questo: dopo avere ammazzato tutti quelli che potessero anelare o sospirare o pensare alla libertà o ad uscir de’ tormenti che patiscono, come sono tutti li signori naturali e gli uomini valenti (perchè comunemente non lasciano vivi nelle guerre se non li giovinetti e le donne) opprimono i deboli ed inermi con la più dura, orribile ed aspra servitù, nella quale possano mai esser posti uomini o bestie. A queste due maniere d’infernale tirannia si riducono, riferiscono o subalternano, come a generi, tutte le altre molte e diverse di esterminar quelle genti, che sono infinite.

La causa per la quale li Cristiani hanno ucciso e distrutto tante e tali e così infinito numero d’anime, è stato solamente per aversi proposto per loro ultimo fine l’oro ed il colmarsi di ricchezze in brevissimi giorni, e salire a gradi molto alti e sproporzionati alle persone loro; cioè, per la insaziabile avarizia ed ambizione ch’hanno avuto, che è stata la maggiore che potesse esser nel mondo, per esser quelle terre tanto felici e tanto ricche, e le genti tanto umili, tanto pazienti e così facili ed essere soggiogate: alle quali non hanno avuto più rispetto, nè fatto di loro più stima nè più conto (io parlo con verità, per quello che sò ed ho veduto in tutto il corso del tempo predetto), non dico che di bestie, perchè piacesse a Dio che come bestie l’avessero stimate e trattate, ma come, anzi meno, che lo sterco delle piazze.

A questo modo hanno avuto cura delle vite e delle anime loro; e perciò tutti li numeri e li milioni sopradetti d’uomini sono morti senza fede e senza sacramenti. Ed è verità molto notoria, e comprovata e confessata da tutti, fino dagli stessi tiranni ed omicidiarii, che mai gl’Indiani di tutte le Indie non fecero alcun male alli Cristiani; anzi li stimarono come venuti dal cielo, nè si ricrederono che dopo aver ricevuto dalli medesimi ripetutamente molti, mali, come ladrerie, morti, violenze e vessazioni.

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