L’educazione spirituale

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Quando si parla di vocazione, maestri, vita interiore, uno dei temi che rischiano di essere dimenticati, o perlomeno, che sono meno trattati è quello dell’educazione di questa interiorità, della “formazione spirituale” della persona. Questa tematica è come suddivisa tra educazione psichica, intellettiva, morale, ma non trova un suo proprio spazio, sembrando vaga ai più. Cosa significa, infatti, educare “lo spirito” di una persona?

In una società in cui la formazione intellettuale, l’equilibrio psicologico e l’educazione del corpo (allo sport o ad altre attività che servano “alla forma”) sembrano essere al centro delle preoccupazioni di famiglie, scuole, società civili, la formazione interiore, spirituale, anche morale se vogliamo, appare sempre meno di moda, quasi fosse scontata. Eppure in moltissimi si trovano a cercarla, magari un poco avanti negli anni, come qualcosa di prezioso che non è stato offerto e che preme per essere ritrovato. Qui, l’assenza di “maestri” e guide spirituali, che indicavamo la scorsa settimana, appare in tutta la sua gravità.

E’, infatti, questo tema della formazione interiore, un’altra sfaccettatura di quanto veniamo dicendo da un po’ di tempo. Chi si occupa di formazione spirituale, nella società odierna? La scuola ha cercato di porre in secondo piano la questione, spaventata dalla possibilità di contestazioni riguardo alla libertà di coscienza; le famiglie hanno, spesso, abdicato col pretesto che, da grandi, i figli sapranno scegliere da sé; la società civile ha scoperto che una morale laica può sostituire con estrema soddisfazione ogni vita interiore che supponga l’adesione a una fede; e le comunità cristiane? In qualche modo nella gran parte hanno delegato questo ruolo a poche figure carismatiche.

L’impressione è che, oggi, per quanto riguarda le faccende dello spirito, dell’interiorità, della coscienza (chiamiamole un po’ come si vuole) esse sembrano essere diventate pertinenza del singolo, dell’individuo. Non c’è quasi relazione tra le dinamiche della vita interiore e quelle della vita ecclesiale. Poi ci si stupisce che molti si rivolgano a Oriente?

Una tale riduzione all’individualità della ricerca spirituale è, a mio parere, uno dei grandi rischi e drammi della cultura (anche religiosa e anche ecclesiale) in cui siamo immersi. Innanzitutto perché induce l’idea che una vita interiore sia un lusso per pochi; in secondo luogo perché espone il singolo all’idea che la questione trascendente (che sta al centro di ogni vita spirituale) riguardi solo i due poli “io e dio”, come se si trattasse di un argomento per il quale la relazione sociale (ed ecclesiale) è assolutamente secondaria.

Il fatto che per i ministeri nella Chiesa si faccia appello a questioni di discriminazione sociale (perché non dare il presbiterato alle donne, per esempio) e non di vita spirituale (proporre una spiritualità presbiterale al femminile…) la dice lunga sul presente e sul futuro delle chiese cristiane.

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