Voltaire, la religione, la tolleranza del diverso

voltaire

(1694-1778), Trattato sulla tolleranza

Una pagina profonda, che ogni fondamentalista di ogni religione dovrebbe ancora oggi rileggere, conclusa con una preghiera che ancora oggi ha la sua forza.

“Non abbisogna una grande arte, né un linguaggio forbito, per provare che i cristiani debbano tollerarsi vicendevolmente. E aggiungo: tutti gli uomini sono da considerarsi nostri fratelli. Come? mio fratello il turco? mio fratello il cinese? l’ebreo? il siamese? Sì senz’altro. Non siamo forse figli dello stesso padre e creature dello stesso Dio? […]

Oserei dire ad un domenicano inquisitore per la fede: “Fratello mio, sapete che ciascuna provincia d’Italia ha un proprio dialetto, e non si parla a Venezia e a Bergamo come a Firenze. L’Accademia della Crusca ha stabilito la lingua; il suo dizionario è un codice da cui non ci si può allontanare e la grammatica del Buonmattei una guida infallibile da seguire. Ma credete che il console dell’Accademia e, lui assente, il Buonmattei, avrebbero fatto tagliare la lingua a tutti i veneziani e a tutti i bergamaschi che continuavano ad adoperare il proprio dialetto?”

L’inquisitore mi risponde: “Vi è una differenza: in questo caso è in gioco la salvezza della vostra anima. E’ per il vostro bene che i capi dell’inquisizione comandano il vostro arresto, dopo che una sola persona abbia deposto contro di voi, per quanto sia infame e senza pudore e che non abbiate un avvocato che vi difenda, che non siate messi al corrente neppure del nome del vostro accusatore, che l’inquisitore vi prometta grazia e poi vi condanni, che vi faccia subire cinque diversi tipi di torture, che infine siate frustato, mandato sulle galere, bruciato con ogni onore!”

Allora risponderò, con tutta libertà: “Fratello mio, posso darvi ragione: sono certo del bene che volete farmi. Ma non potrei essere salvo senza subire tutto ciò?“.

Certo, questi assurdi orrori non macchiano continuamente la faccia della terra, ma sono frequenti e, con essi, si metterebbe insieme un libro più grosso di quello dei Vangeli, che li condannano. E’ cosa crudelissima perseguitare in questa vita quelli che non la pensano al nostro modo, ma forse è già troppo affermare la loro eterna dannazione. Mi pare che non appartenga a noi, particelle di un istante, predefinire così i giudizi del Creatore. Non voglio allontanarmi dall’insegnamento: “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”; rispetto questa idea come ogni cosa che la Chiesa insegna: ma conosciamo davvero ogni via di Dio e l’estensione della sua misericordia? Non possiamo sperare in lui almeno tanto quanto lo dobbiamo temere? Non basta che siamo fedeli alla Chiesa? […]

Non mi rivolgo, quindi, più agli uomini, ma a te, Dio di tutti i viventi, di tutti i mondi e di tutti i tempi. Se è concesso a fragili creature, perdute nell’immenso e inintuibili per quanto è l’universo, osare di chiedere a te qualcosa, a te che hai donato ogni cosa, a te i cui domandi sono immutabili ed eterni, degnati di guardare con pietà gli sbagli propri della nostra natura, affinché questi sbagli non producano a noi sventure. Non ci hai donato un cuore per il vicendevole odio, né le mani perché ci strozziamo a vicenda. Concedici di aiutarci l’un l’altro a sopportare il peso di un’esistenza difficile e passeggera; fa’ sì che le piccole diversità dei vestiti che coprono i nostri deboli corpi, delle nostre inabili lingue, delle nostre ridicole usanze, delle nostre imperfette leggi, delle nostre sciocche opinioni, delle nostre così varie condizioni – diverse ai nostri occhi ma simili di fronte a te -; che le minime differenze che distinguono quelle particelle chiamati uomini non siano motivo d’odio e persecuzione; che quelli che accendono ceri a mezzogiorno per celebrarti accolgano quelli cui basta la luce del tuo sole […].”

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Un pensiero riguardo “Voltaire, la religione, la tolleranza del diverso

  1. Come suonano attuali e più che mai urgenti oggi le parole di Voltaire a distanza di più di due secoli, dove fanatismo religioso, intolleranza e calpestamento dei diritti e delle libertà altrui regnano sovrani in molte parti del mondo.
    Per Voltaire, l’uomo parte dalla posizione di essere ignorante su molte cose, non vi è quindi motivo di perseguire fanaticamente l’intolleranza, e quindi l’imposizione di una fede anziché un’altra, quando ogni uomo condivide la stessa ignoranza.

    “Siamo tutti impastati di debolezze ed errori; perdoniamoci reciprocamente le nostre sciocchezze, ecco la prima legge della natura… “(Voltaire, dal Dizionario filosofico)

    È indispensabile realizzare un rapido e completo processo di integrazione con quelle culture diverse dalla nostra a cui appartengono un sempre maggior numero di cittadini ed abitanti delle nostre città provenienti da paesi molto diversi e molto lontani da noi. Questi nostri nuovi vicini dovrebbero essere vissuti come una ricchezza e non come un pericolo o una fobia originata da un’insufficiente, limitata e parziale conoscenza reciproca.
    Purtroppo mi pare che quello che si sta realizzando sia esattamente l’opposto. Sembra che ogni giorno si costruiscano nuovi e anacronistici muri dal sapore chiaramente razzista, quando invece sarebbe ora e tempo di aprirci a un proficuo dialogo interculturale da cui ogni persona coinvolta trarrebbe beneficio, arricchendosi dal confronto con le altre e, almeno così si spera, perdendo i propri elementi più intolleranti e pregiudiziali.
    Questo discorso mi porta inevitabilmente a pensare al Cardinal Martini e alla sua fede che non ammetteva compromessi, ma accettava le diversità e quindi sapeva produrre dialogo.
    Penso alla cattedra dei non credenti…si partiva da un principio fondamentale e cioè che ogni giorno il credente stesso dubita della propria fede per riaffermarla con più forza. Proprio per questo la cattedra era un dialogo vero, non si cercava un facile compromesso. Dal dialogo e dal confronto scaturivano le differenze, ma non portavano all’allontanamento, anzi mostravano come una fede “adulta” comprenda il suo secolo e come questa fede fosse capace di dare risposte concrete.
    Mi sembra evidente che i presupposti per un percorso di integrazione culturale risiedono in una sempre maggiore conoscenza reciproca e nel dialogo.

    “Il compito dell’uomo non è né giudicare, né tantomeno condannare, ma conoscere”. (Spinoza)

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