Formazione spirituale e ascesi. Ipotesi ancora percorribile?

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La personale riflessione su presbiterato e vocazione si allarga, inevitabilmente, ad altri temi e questioni che, nella nostra cultura, anche spirituale, non possono evitare di essere messi in gioco.

Innanzitutto, la faccenda dell’ascesi.Con questo termine si intende, normalmente, l’insieme delle pratiche (ascesi in greco significa allenamento, esercizio) atte a elevare la persona a una dimensione spirituale: questo insieme di esercizi spirituali si sviluppa a partire da una concezione dualistica e “verticale” della realtà, per cui staccarsi dalle cose terrene è il primo passo per elevarsi a quelle celesti. Ora, la prima domanda che occorre porsi è se questa lettura del reale e dell’umano (corpo/materia da un lato, anima spirituale dall’altro) sia ancora sostenibile e sensato, in una cultura e in una antropologia, qual è quella moderna, poco incline a questo genere di suddivisione.

D’altra parte, che la questione dell’ascesi (e secoli di tradizione) non sia semplicemente liquidabile con un colpo di spugna, lo dice il fatto stesso che, in tutte le grandi religioni e filosofie religiose, essa detiene un ruolo e una posizione centrale. Ebraismo, cristianesimo, induismo, buddismo…: tutti i cammini interiori propongono un percorso di ascesi come essenziale per lo sviluppo personale. Il tema del distacco dal mondo come primo passaggio per un progresso interiore è decisivo in tutte le culture religiose. L’ascesi come ascensione (e quindi come presa di distanza dalla terra e da ciò che a essa ci lega) è un percorso arduo ma necessario. Leggendo Gandhi, il Vangelo, il Corano, i testi dei grandi maestri buddisti e zen, sempre si trovano ovunque inviti a ridurre al minimo quel che sono i nostri bisogni: digiuno, povertà, abitudine alla sopportazione e alla autopunizione, rinunce… sono le modalità con cui ci esercitiamo a “fare a meno” del mondo e delle sue illusioni.

Ora, che la libertà interiore debba necessariamente passare dalla presa di distanza dalle cose materiali sembra ovvio: noi patiamo (oggi come non mai) una profonda attrazione nei confronti dell’avere, del possedere, dell’utilizzare. Ma un’ascesi “radicale” porta con sé altrettanti rischi di una schiavitù mondana. Basta davvero privarsi di tutto il superfluo (e talvolta anche del necessario) per essere certi di camminare in una dinamica spirituale? Davvero la relazione con il mondo è sempre e comunque deleteria? Davvero la privazione dei piaceri è la strada maestra per una vita umana piena, solida, realizzata?

Un’ascesi senza altro scopo che quello della “punizione del corpo” conduce davvero a una libertà (per intenderci) dell’anima? Oppure è figlia di un’antropologia che oggi va considerata superata? E, in questo caso, come ridare un posto significativo all’allenamento interiore (necessario più che mai)?

Nella questione dell’ascesi, in ambito cristiano, è interessate notare la distanza tra Gesù e Giovanni Battista: se per il secondo l’immagine è decisamente quella di chi fa penitenza privandosi di ogni superfluo, per Gesù l’impressione è quella di un’esistenza per cui l’ascesi è significativa, ma non fondamentale. La relazione con se stessi, il proprio equilibrio, il rapporto con gli altri e con il mondo: tutto ciò viene prima dell’ascesi e questa, ad essa, è indirizzata. Così accade anche nella prima comunità cristiana e così sarà fino alla crescita della vita eremitica e monastica dei primi secoli.

La mia impressione è che si possa, anzi sia necessario un approfondimento di questo tema, per non aumentare lo iato tra mondani e ascetici; per non proporre un ideale irraggiungibile a chi vuole cercare un’interiorità educata; per permettere l’elaborazione di “esercizi spirituali” sensati per l’uomo (e anche per il presbitero d’oggi)…

Mi piacerebbe provare a rielencare le forme e gli esercizi ascetici ancora oggi decisivi e praticabili. Il silenzio è certamente uno di questi.

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