Perché è propria dei cristiani la tolleranza

John Locke

locke

(1632-1704), Lettera sulla tolleranza (1689)

Un estratto dalla splendida “Lettera sulla tolleranza” del filosofo inglese.

“Poiché chiedete, illustre amico, la mia opinione in tema di reciproca tolleranza fra cristiani, risponderò senz’altro che nella tolleranza io vedo il più importante segno distintivo della vera chiesa. Ché, per quanto taluni vadano vantando antichità di luoghi e di nomi o pompa di culto; altri la riforma operata nella propria disciplina; tutti, l’ortodossia della loro fede, poiché ortodosso è ognuno ai propri occhi: queste cose, e le altre del genere, son molto più segni della brama di potenza degli uomini e del loro desiderio di dominare gli uni sugli altri, che non della chiesa di Cristo. E chi anche tutto ciò possieda, e tuttavia manchi di carità, di pietà e di universale benevolenza verso il genere umano, non esclusi coloro che non professano la fede di Cristo, non v’è dubbio che sia ben lungi dall’essere un vero cristiano.

“I re delle genti governano queste con imperio…”, dice il Salvatore ai discepoli, “non così però voi” (Lc 22, 25-26). La vera religione, infatti, è tutt’altra cosa, istituita non in vista d’una pompa esteriore, né per conseguire potestà ecclesiastiche, né per l’esercizio della coercizione, bensì al fine di regolare la vita secondo i dettami di virtù e carità. E chi si dispone a seguire la bandiera di Cristo, dovrà in primo luogo combattere le proprie passioni e i propri vizi. Vano è ch’egli usurpi il nome di cristiano, se non lo distingue santità di vita, purezza di costumi e bontà di cuore. “Una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”, disse Nostro Signore a Pietro (Lc 22). E di fatto sarebbe molto difficile, per uno che si dimostri incurante della propria salvezza, convincersi che, viceversa, ha vivamente a cuore l’altrui. Non è possibile infatti che sinceramente e appassionatamente si adoperi a rendere cristiani chi veramente non abbia abbracciato nel suo intimo la fede cristiana. Se è da credere a quanto dicono i Vangeli ed Apostoli, non è cristiano colui che non abbia carità e non possieda quella fede che non con la forza opera, ma con l’amore. Ora, alla coscienza di coloro che con pretesto di religione perseguitano, tormentano, rovinano e uccidono altri uomini, io chiedo se ciò essi facciano mossi da sentimenti d’amicizia e benevolenza nei loro riguardi: e solo allora sarò disposto a crederlo, quand’abbia visto questi fanatici riprendere allo stesso modo i loro amici ed intrinseci per i peccati che apertamente commettono contro i precetti evangelici; quando li abbia visti perseguire col fuoco e col ferro quei membri della loro comunità che si sono macchiati di colpe enormi e che, a meno di pentimento, sono a rischio di eterna perdizione; e quando anche in questo caso, li veda esprimere il proprio amore e desiderio di spirituale salvezza infliggendo tormenti ed esercitando crudeltà d’ogni genere. Ma se è, com’essi ostentano, per un principio di carità e per amore verso l’anima altrui ch’essi privano il prossimo di quanto possiede, ne mutilano il corpo e lo tormentano nel fondo di luride prigioni, e, alla fine, lo privano addirittura della vita, tutto ciò allo scopo di fare, degli uomini, dei cristiani e procurare la loro salvezza, perché essi lasciano poi che “iniquità…, malizia…, fornicazione” – che hanno, secondo l’Apostolo (Rom 1), così chiaro sapore della corruzione pagana – regnino impunemente tra il loro stesso gregge? Queste cose, e le altre simili, sono certo più contrarie alla gloria di Dio, alla purezza della chiesa e alla salvezza delle anime, di quanto non possa essere una qualsivoglia erronea obiezione di coscienza contro le decisioni dell’autorità ecclesiastica o distacco dalle pubbliche manifestazioni del culto, purché vi si accompagni una vita incolpevole (…).”

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