Cosa non capiscono i filosofi del Dio cristiano

Blaise Pascal

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(1623-1662), Pensieri, in Antologia filosofica, Brescia 1982/5, pp. 195-199; 226-232.

Essi [i filosofi] bestemmiano ciò che non conoscono. […] Pigliano occasione per bestemmiar la religione cristiana, perché la conoscono male. Immaginano che essa consista semplicemente nell’adorazione di un Dio, considerato come grande e possente ed eterno; ciò che propriamente è il deismo, lontano dalla religione cristiana quasi quanto l’ateismo, che le è affatto contrario. Ne concludono che quella religione non è la vera, perché non vedono che tutte le cose concorrano allo stabilimento di quel punto, e Dio non si manifesta agli uomini con tutta l’evidenza di cui sarebbe capace.

Ma ne concludano quello che vogliono contro il deismo, non concluderanno però niente contro la religione cristiana, che consiste propriamente nel mistero del redentore, che unendo in sé le due nature, umana e divina, ha tratto gli uomini fuori dalla corruzione del peccato, per riconciliarli a Dio nella sua persona divina.

Essa insegna, dunque, agli uomini queste due verità insieme: che c’è un Dio di cui gli uomini sono capaci, e che c’è una corruzione nella natura, che li rende di ciò indegni. E’ ugualmente importante per gli uomini conoscere entrambi i punti; è ugualmente dannoso per l’uomo conoscere Dio, senza conoscere la sua miseria, e conoscere la sua miseria, senza conoscere il redentore che lo può guarire. Una sola di esse o genera la superbia dei filosofi, che hanno conosciuto Dio, ma non la loro miseria, o la disperazione degli atei, che conoscono la loro miseria senza redentore.

Perciò, siccome appartiene ugualmente alla necessità dell’uomo di conoscere quei due punti, appartiene ugualmente alla misericordia divina di averceli fatti conoscere. La religione cristiana lo fa, essa consiste in ciò.

Si esamini l’ordinamento del mondo su quel fondamento, si vegga se tutte le cose non tendano, allora, alla conferma dei due caposaldi di quella religione: Gesù Cristo è l’oggetto di tutto e il centro a cui tutto tende. Chi lo conosce conosce la ragione di tutte le cose.

Chi si smarrisce è per aver mancato di vedere una di quelle cose. Si può, invero, conoscere Dio senza la propria miseria e la propria miseria senza conoscere Dio; ma non si può conoscere Gesù Cristo, senza conoscere tutt’insieme e Dio e la propria miseria.

Ecco perché non mi disporrò qui a provare con argomenti naturali l’esistenza di Dio, o la Trinità, o l’immortalità dell’anima, né alcun’altra cosa simile; non solo perché non mi sentirei abbastanza forte da trovar nella natura di che convincere degli atei ostinati, ma anche perché quella conoscenza, senza Gesù Cristo, è inutile e sterile. Quando un uomo fosse ben persuaso che le proporzioni dei numeri siano verità immateriali, eterne e dipendenti da una prima verità, nella quale sussistono, e si chiama Dio, non lo reputerei molto avanti per la sua salute.

Il Dio dei cristiani non consiste in un Dio semplicemente autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi: è la concezione dei pagani e degli epicurei. Non consiste solamente in un Dio che eserciti la sua provvidenza sulla vita e suoi beni degli uomini: è la concezione degli ebrei. Ma il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei cristiani è un Dio d’amore e di consolazione; è un Dio che riempie l’anima e il cuore di coloro che possiede; è un Dio che fa loro sentire interiormente la loro miseria e la sua misericordia infinita; che si unisce al fondo della loro anima; che la riempie di umiltà, di gioia, di confidenza, e d’amore; che li rende incapaci d’altro fine che non sia lui.

Tutti coloro che cercano Dio fuori di Gesù Cristo e che si fermano alla natura, o non trovano lume che li soddisfi o giungono a trovare un modo di conoscere Dio e di servirlo senza mediatore, e quindi cadono o nell’ateismo o nel deismo, due cose che la religione cristiana aborrisce quasi ugualmente.

Senza Gesù Cristo il mondo non sussisterebbe, perché bisognerebbe o che fosse distrutto o che fosse un inferno.

Se il mondo sussistesse per istruire l’uomo su Dio, la sua divinità ne rifulgerebbe da tutte le parti in modo incontestabile; ma poiché non sussiste che mediante Gesù Cristo e per Gesù Cristo e per istruire gli uomini sia della loro corruzione sia della loro redenzione, tutto in esso risplende delle prove di quelle due verità.

Ciò che si vede non indica né un’esclusione totale, né una presenza manifesta della divinità, ma la presenza di un Dio che si nasconde. Tutto mostra tale carattere.

Il solo che conosca la natura non la conoscerebbe che per essere miserabile? Il solo che la conosca sarà l’unico infelice?

Non bisogna che non veda niente affatto; non bisogna neanche che veda tanto da credere di possederlo, ma che veda tanto da sapere che l’ha perduto; giacché per sapere d’aver perduto bisogna vedere e non vedere; e tale è appunto lo stato in cui si trova la natura.

Qualunque decisione prenda, non lo lascerò in pace.

 

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2 pensieri riguardo “Cosa non capiscono i filosofi del Dio cristiano

  1. Reblogged this on I segni e le cose and commented:
    E’ ugualmente importante per gli uomini conoscere entrambi i punti; è ugualmente dannoso per l’uomo conoscere Dio, senza conoscere la sua miseria, e conoscere la sua miseria, senza conoscere il redentore che lo può guarire. Una sola di esse o genera la superbia dei filosofi, che hanno conosciuto Dio, ma non la loro miseria, o la disperazione degli atei, che conoscono la loro miseria senza redentore.

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