Confessioni, coraggio, delusioni e silenzi

Innamorati al Tramonto  (smalti su cartoncino dim.33x47)

Propongo oggi la mia “riflessione del venerdì”. Il giorno di ritardo è dovuto a un’esperienza cui sono stato chiamato a partecipare ieri e che mi ha lasciato un profondo senso di rispetto e stima: ero moderatore alla testimonianza di un testimone di giustizia nei processi contro la mafia presso un liceo. Alla presenza di oltre 300 giovani, una donna che ha fatto condannare decine di mafiosi raccontava la propria vita (testimonianza che il giornalista Umberto Lucentini ha raccolto nel bellissimo libro MALEDETTA MAFIA) e spiegava le ragioni per cui una bella signora quarantenne, madre di una giovane donna (che oggi ha 24 anni) decide di vivere la propria esistenza sotto scorta e nel totale nascondimento, allo scopo di portare un secchio al mare della libertà civile e della decenza sociale.

Al di là della storia personale di Anna, per me è stato inevitabile un parallelo con un’altra esperienza vissuta una decina di giorni fa: l’incontro con un gruppo di amici preti, e la riflessione conseguente su alcune dinamiche della vita presbiterale oggi. Un incontro che è stato profondo, ricco, pieno di umanità e di capacità di toccare temi delicati, sia personali che di socialità ecclesiale.

In entrambi i casi ho percepito l’esigenza dei protagonisti delle mie due esperienze, di toccare e mettersi in gioco su temi per i quali “vale la pena” vivere, pur con tutte le difficoltà e con il coraggio di esistenze spesso nascoste e oscure ai più. Per una cosa, però, mi è rimasto un senso di amarezza: le domande che i preti-guide delle comunità portano in sé, le loro fatiche quotidiane, i rischi (psicologici, ma anche fisici) cui sono esposti, somigliano molto a quelli di Anna. In entrambi i casi, la relazione tra persona e struttura (statale, da un lato, e religiosa, dall’altro) patisce oggi uno scollamento grave. Anna, nel suo racconto di testimone contro la mafia (non si tratta di una pentita, ma di una persona innocente che ha fatto una scelta non per ottenere sconti!), gli amici preti nel loro impegno per il vangelo, sono spesso soli, troppo soli. Se nel primo caso, quello di Anna, la solitudine è una inevitabile consgeuenza di una scelta (il male assedia…), nel secondo è paradossale e insensata: come è possibile che uomini che hanno come compito quello di lavorare per la comunione, debbano sperimentare abbandono e silenzio da parte di quella stessa istituzione che li “manda”?

Alla fine dell’incontro con gli amici preti ho chiesto se non sentivano l’esigenza di mettere per iscritto le cose emerse durante la riunione, come domande aperte, richieste… La risposta è stata, più o meno: a che serve? chi le ascolterebbe? La mia personale sensazione di uno scollamento tra base (non solo laica ma anche pastorale) e gerarchia è sempre più netta. Dove va una Chiesa nella quale c’è scoramento già persino nel porre domande (da parte dei suoi stessi ministri)?

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