Preti, storie, comunità

mani7

La riflessione sul ruolo (sostenibile) del presbitero nella comunità non può evitare di fare i conti con il secondo polo della questione in gioco, la comunità appunto.

Paradossalmente, quando si parla di presbiterato, i punti centrali del discorso ruotano quasi completamente attorno alla figura del prete; nelle precedenti riflessioni anch’io ho fatto la medesima cosa, riflettendo su alcuni elementi quali: formazione, vocazione, ministero, spiritualità. Della comunità, anche nelle mie riflessioni, finora non c’era (quasi) traccia. Ma poiché il ministero, la vocazione, la spiritualità del presbitero (diocesano) si danno esattamente “in vista della” comunità (un presbiterio senza comunità sarebbe un controsenso), l’assenza di riflessione su quest’ultima è grave e, spesso, apre uno scenario drammatico.

Una prima presa di coscienza è necessaria: come i presbiteri sono persone concrete e non ideali, così lo devono essere anche le comunità. Se il presbitero è uomo che ha una storia personale, ferite proprie, idee originali, dedizione al Credo, ecc., alla comunità bisogna riconoscere la medesima singolarità: ogni parrocchia, chiesa locale, struttura di comunione concreta e storica, ha una propria tradizione, una storia di territorio e di fede, una vicenda d’impegno incarnata nel tessuto sociale ed ecclesiale. Ogni comunità è davvero un corpo temporale e secolare, oltre che mistico. Questo, troppo spesso, viene dimenticato. Il presbitero inviato a una comunità, dovrebbe quindi innanzitutto riconoscerla come una realtà che era prima di lui e che sarà dopo di lui: le persone che incontra non sono delle sue protesi, affinchè egli realizzi se stesso, ma sono coloro che, prima che lui giungesse (e probabilmente anche prima che lui nascesse) stavano già realizzando quella chiesa concreta, storica, locale, sociale e… mistica.

Da questo punto di vista, mi sembra che una delle maggiori carenze nell’attuale gestione dell’invio del presbitero alla comunità (e della costruzione della loro relazione) stia proprio nell’ignoranza del “corpo concreto” di questa chiesa locale. Poiché il presbitero non è un uomo sacro, ma colui che dovrà “governare” la comunione, come potrà assolvere il suo compito senza conoscere quella comunione? Come si può pensare che il governo della comunità locale possa avvenire con una decisione dall’alto e senza una formazione specifica alla guida di quella comunità concreta? Non tutte le comunità, infatti, possono essere “guidate” allo stesso modo. Non esiste una pastorale universalmente efficace.

Se l’elezione “dal basso” davvero non è percorribile, non sarebbe utile, almeno, che (per un anno?) il (futuro) parroco potesse abitare nella comunità e con la comunità, celebrare nella e con la comunità, studiare la storia della spiritualità e delle tradizioni della comunità, inserirsi nel tessuto ecclesiale… prima di “governare” la comunità?

Non sarebbe sensato? In questo modo, protagonista della storia umana e cristiana della comunione locale non sarebbe soltanto il prete, ma la comunità stessa. Quando nello scorso intervento parlavo di progetto formativo, pensavo anche a cose come questa…

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