Preti e formazione. Una questione di fondo: chi forma i formatori?

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Finora avevo provato a riflettere su due poli del presbiterato: da un lato il ruolo sociale ed ecclesiale (con le sue ricadute), dall’altro la questione della “chiamata”. Ripeto, come ho accennato anche nel commento in risposta a un attento lettore, che sono, queste, riflessioni a voce alta, più che una teorizzazione precisa. Sono, quindi, consapevole della limitatezza di quel che vado dicendo e spero che chi legge e riflette con me mi aiuti ad approfondire.

Detto questo e in conseguenza a quanto accennato, nella condizione attuale del presbitero, una questione sulla quale occorre porre attenzione urgentemente è, a mio parere, quella della formazione del clero. Proprio perché teso fra la “chiamata divina” (una pretesa altissima, e forse insostenibile per come è spesso presentata) e la quotidianità umana del ministero (Drewermann ne aveva ampiamente parlato nel suo contestato e condannato libro “Funzionari di Dio”, che varrebbe la pena riprendere, al di là delle polemiche), fra la pretesa celeste e le pretese secolari, il prete (parlo del prete diocesano, in maniera stretta) deve poter ricevere una formazione che gli offra la possibilità innanzitutto di un orientamento personale e di un’identità precisa. E questo pone un ulteriore problema.

Perché i formatori (e, con loro, chi li sceglie e li forma) possano rispondere alla domanda fondamentale per loro: quale figura di presbitero sto e voglio “produrre”?, occorre che siano in grado di farlo. Detto così sembra persin banale. Ma non lo è più quando ci si chieda come possono, i formatori, elaborare un progetto mentre si trovano a loro volta in un ruolo per il quale nessuno li ha mai formati? Qui, come non mai, non è in nessun modo sufficiente né la buona volontà, né un’alta spiritualità personale. I formatori dei futuri presbiteri devono essere in grado:

1. di elaborare un progetto formativo che sappia riconoscere i nodi prospettici e problematici della futura vita presbiterale (devono quindi conoscere “la vita” che i futuri preti si troveranno a vivere); devono, quindi, essere capaci di “elaborare progetti sostenibili” (e non ideali!), cosa che non è da tutti e cui non basta la buona volontà.

2. di affrontare senza timori innanzitutto in se stessi i nuclei di dramma che in quella esistenza presbiterale concreta si producono; poiché dovranno essere in grado di riconoscere strutture psicologiche inadatte, fragili, che cercano il presbiterato per nascondere problematiche personali… devono essere figure capaci di elaborare su se stesse, innanzitutto, la libertà del discernimento: formatori problematici e incapaci producono un clero problematico e incapace.

3. devono sapersi interfacciare con le comunità in cui i giovani che saranno presbiteri vivono e operano la loro formazione: le comunità parrocchiali devono diventare protagoniste del discernimento! Ragazzi e giovani che non sono capaci di condividere il cammino delle loro comunità, come potranno diventare guide delle comunità?

I formatori dei seminari sono, oggi, in grado di rispondere a questi tre punti senza i quali non si dà neppure l’ipotesi di un progetto educativo e formativo?

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6 thoughts on “Preti e formazione. Una questione di fondo: chi forma i formatori?

  1. Non ho conoscenze sufficienti per parlare di questo argomento però ho notato una cosa negli ultimi anni, c’è una forte tendenza a FARE il prete, più che a ESSERE prete fino in fondo.

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    1. Pochi giorni fa ho fatto anch’io due chiacchiere su questo argomento con un prete amico di mia nonna. Mi diceva appunto che ha troppe cose da fare e il tempo non gli basta mai.
      Il fatto è che ci sono sempre meno preti e, in futuro, probabilmente ce ne saranno ancora meno…eppure mi sembra assurdo che si tolga a un sacerdote il tempo per la preghiera e la crescita della propria vita interiore!
      Nella parrocchia del mio paese hanno iniziato a delegare alcuni compiti a dei laici, per i sacerdoti sarebbe impossibile cavarsela da soli.

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  2. Grande problema anche questo!!!
    Ti invio come contributo le parole con cui don Paolo, nostro comune amico, dalla solitudine dell’eremo rispondeva ad una mia domanda sullo stesso argomento. L’intervista è comparsa su Jesus di giugno.
    Perché, gli chiedevo io, i preti non hanno più le ore disponibili?
    E lui: ” Non è una cosa piccola. La Chiesa cambierà quando NOI preti invece dell’agenda terremo in mano il Vangelo. Certo, le cose da fare sono molte, anche troppe, spesso inutili. E’ vero che i preti sono pochi. E’ un’attenuante. Ma viene da chiedersi perché la vita del prete non deve fissare un tempo per l’ascolto. Non è forse un peccato non fare silenzio accogliente, per i fratelli, per Dio, nella preghiera, mentre si ha il tempo per il televisore e per la CHAT?”
    Eh sì, la cosa non è piccola davvero, anche perché ( e questo lo dico io, quindi con tutti i limiti del caso) la questione formativa nei seminari mi pare un compartimento stagno troppo impermeabile. Possiamo dire tra di noi finché vogliamo tanto lì non arriva nulla.

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  3. Cara Cristina, proprio ieri sono stato invitato da amici preti a uno scambio sulle difficoltà e la condivisione nel ministero sacerdotale. E mi sono accorto che alcune delle idee che scorrono in queste piccole pagine di blog sono davvero più comuni e partecipate di quanto si pensi. Io credo molto nella comunione degli spiriti e nel fatto che le buone idee, da qualunque parte vengano, si trasformino in patrimonio comune. E’ solo quando non vengono pronunciate che perdono forza. Un abbraccio

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