Merce, uomo e mercato

Wilhelm Emmanuel Freiherr von Ketteler

Bischof_ketteler

(1811-1877), in Schriften. Ausgewaehlt und herausgeben, Monaco, 1911, iii, pagg. 17-19

“Non ci si può più ingannare oltre riguardo al fatto che l’esistenza della quasi totalità della classe lavoratrice (ossia: della maggioranza degli esseri umani negli stati moderni) è in balìa delle variazioni di mercato e del prezzo delle merci, per quanto riguarda la sopravvivenza delle proprie famiglie e per il quotidiano problema del pane necessario per l’uomo, la donna e i bambini. Non conosco nulla di maggiormente degno d’accusa di una tale contingenza.

Quali sentimenti occorrerà risvegliare in questi poveri uomini che, assieme a tutto ciò di cui abbisognano e più amano, si vedono esposti, continuamente, all’incertezza dei prezzi del mercato.

E’ questo il mercato degli schiavi della nostra Europa liberale, costruito seguendo lo schema del liberalismo illuminista che si dice umano e anticristiano! (…)

Chiediamoci: cosa ha cambiato il lavoro in merce da mercato e cosa fa calare i prezzi del lavoro sino al gradino più basso nella scala delle necessità vitali? Qui, infatti, sta la vera ragione di questa contingenza in cui si trova il lavoro: il salario dell’operaio si determina attraverso la legge dell’offerta e della domanda. E la domanda e l’offerta sono regolate dalla concorrenza, come succede per le altre merci. Da cui, un livello più alto di concorrenza al momento dell’offerta produce, come effetto, il calo del salario fino a livelli infimi. E questo meccanismo si spingerà sino a limiti estremi se non verranno prodotti meccanismi di difesa del lavoro. La scomparsa delle frontiere commerciali per le merci significa l’abbattimento delle frontiere imprenditoriali per la classe lavoratrice. La scomparsa di condizioni per la libertà d’impresa produrrà una concorrenza assoluta tra i lavoratori, esattamente come due più due fa quattro. Con eguale certezza, l’elevatissima concorrenza globale abbatterà il salario degli operai.”

C’è una bella presentazione di von Ketteler (primo grande “vescovo sociale”, nel XIX secolo) nel blog di Fabrizio Chiappetti. Ne riportiamo una parte che molto meglio di quel che potremmo fare noi rivela la straordinaria figura dello statista cristiano: «Wilhelm Emmanuel von Ketteler (1811-1877) era nato a Münster e, dopo il sacerdozio, venne eletto alla sede vescovile di Magonza nel 1850 da papa Mastai. … Per Ketteler «la dottrina del diritto assoluto di proprietà è un delitto continuo contro natura dacchè essa trova del tutto giusto rivolgere alla soddisfazione d’una insaziabile cupidità e d’una sensualità sfrenata ciò che Dio ha destinato al nutrimento e al vestimento di tutti gli uomini». C’è dunque un rischio morale connesso all’opulenza dei beni, rispetto al quale va considerato anche “l’abisso” opposto di un egualitarismo ingiustificato e opprimente. Ma Ketteler, specie dopo la pubblicazione de Il Cristianesimo e la questione operaia (1864), insiste di più sul tasto dell’equa distribuzione dei beni, sostenendo che «ogni membro dell’umana famiglia deve avere i mezzi di procurarsi ciò che ordinariamente è necessario alla vita. (…) Non dovrebbe alcuno nella società essere vestito di seta o panno fine, sin tanto che manchi un povero giubbone di lana a tanti infelici i quali patiscono il freddo». Fa un certo effetto seguire questi ragionamenti di cento anni fa, specie in tempi in cui vengono a galla privilegi e sprechi della politica nazionale, che vanno a sommarsi al lungo elenco degli abusi commessi dalle categorie economicamente “forti” della società. È come se si dicesse che, prima di dare 274.000 euro all’anno agli alti dirigenti pubblici (norma su cui ci si è accapigliati in Parlamento) bisogna prima accertarsi che a nessuno dei sessanta milioni di italiani manchi il necessario per una vita decorosa. …».

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4 pensieri riguardo “Merce, uomo e mercato

  1. Effettivamente fa una certa impressione leggere questi ragionamenti di cent’anni fa in questo periodo di crisi.
    Leggevo qualche tempo fa un’analisi di una società di consulenza che ha monitorato i salari degli italiani tra il 2007 e il 2011
    Di fatto le aziende in questi anni hanno bloccato tutti gli aumenti e, tenendo conto dell’inflazione, ciò si è tradotto in una caduta delle retribuzioni. Gli operai hanno perso il 6,2 per cento di potere d’acquisto.
    Con la crisi la situazione è peggiorata ulteriormente, nel 2011 l’aumento del salario di un operaio è stato appena del 2 e qualcosa per cento. Considerato che nello stesso periodo l’inflazione era quasi al 9 per cento, l’operaio medio si è trovato con una paga reale più bassa di circa il 6 per cento rispetto al 2007.
    Come ovvia conseguenza anche i consumi sono calati vertiginosamente, la gente va meno in vacanza e non compra più automobili. Se aggiungiamo al minore potere d’acquisto gli aumenti del prezzo della benzina, i rincari delle tariffe, il ritorno della tassazione sulla prima casa, le addizionali regionali sull’Irpef, oltre alle migliaia di persone in cassa integrazione o in mobilità, ci troviamo davanti un quadro davvero allarmante.
    La gente guadagna poco quindi spende poco, le aziende vendono poco quindi pagano sempre meno gli operai…è un circolo vizioso dal quale sarà impossibile uscire finchè non verrà restituiti potere di acquisto ai lavoratori.
    La stessa società di consulenza monitora anche le retribuzioni in Germania, Francia e Spagna. I suoi dati mostrano che in realtà l’andamento degli stipendi in Italia è stato simile a quello registrato negli altri paesi. A livello di retribuzione totale annua, non siamo molto distanti da Germania e Francia, mentre superiamo la Spagna. Il distacco emerge quando parliamo di netto, per colpa di un sistema fiscale che penalizza i redditi medi e medio-bassi e mantiene la nostra classe politica tra sprechi, privilegi e stipendi sproporzionati.

    Particolarmente grave poi è il numero sempre crescente di disoccupati. In uno stato che si ritenga civile e democratico non dovrebbe mai accadere che una classe politica, inefficiente ma strapagata, viva sulle spalle del ceti più deboli e non faccia nulla di concreto per dare uno scopo e quel riconoscimento di valore che manca a chi non ha un lavoro che gli permetta di mantenersi e di realizzarsi come persona.

    Non bisognerebbe trascurare nemmeno l’altro lato della medaglia…la situazione in Italia è questa: tutti si lamentano di tutto, “c’è la crisi” (una frase che tra poco giustificherà anche il lavarsi poco…ormai vale per qualunque cosa), si diffonde uno scontento generale ma poi di fatto pochissime persone si mettono a fare qualcosa per migliorare la situazione. A lamentarsi sono capaci tutti!
    In questo Paese la maggior parte delle persone, vuole, pretende ed esige…ma se si interroga qualcuno circa quel che ha da dare, non si ottengono delle grandi risposte.
    La vera crisi è la mancanza in ognuno di noi di una vera e ferma volontà nel lottare per superarla.

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