Beatitudine della povertà, tragedia della miseria

Jean-Baptiste Hénry Lacordaire

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(1802-1861), Discorso del 1847 alla Conferenza di S. Vincenzo de’ Paoli

Una splendida pagina di Lacordaire. Nemmeno troppo distante da quel che oggi si potrebbe dire sull’argomento.

“”Beato l’uomo che ha intelligenza del debole e del povero” (Sal 41, 2). Nel brano che ho scelto la Scrittura non dice: beato chi ha cura del povero, ma, più profondamente, beato chi ha intelligenza del povero. Ciò presuppone che la povertà sia, in qualche modo, un mistero, del quale esista una scienza che il mondo non conosce perfettamente, perché, se la conoscesse, il salmista non chiamerebbe “beato” l’uomo che ha intelligenza del povero. C’è una conoscenza della povertà che soltanto possiede solo la Chiesa, cui Dio ha mostrato tutti i suoi segreti (…). Esiste poi un livello seguente alla povertà, che è la miseria.

Cos’è dunque la miseria? E’ non riuscire a guadagnarsi da vivere nonostante il lavoro. Come può esistere? Come è possibile che vi siano al mondo degli uomini in grado di lavorare e capaci di guadagnarsi da vivere col lavoro e che, tuttavia, non giungano allo scopo? Sì, esistono questi uomini. Sono gli invalidi? No. Abbondano di energie. Abitano le vostre pubbliche piazze ed attendono una sola cosa dalla provvidenza divina e umana: che venga loro dato del lavoro, per quanto faticoso e pesante, ma lavoro! Quel lavoro che non esiste per tutti: siamo circondati da persone che non chiedono altro che di vivere del proprio lavoro e non possono. (…)

Sarà questo l’ultimo gradino dopo la povertà? No, non è l’ultimo, perché questa miseria può comunque ottenere assistenza dalla carità: la società, non potendo procurare il lavoro, che non c’è, può almeno estrapolare dalla propria ricchezza la pietà e il corrispettivo dell’elemosina. La miseria assistita è un gradino inferiore alla povertà, perché deve la propria vita all’altrui generosità, mentre la povertà la deve al proprio lavoro. (…)

Ma esiste non solo una miseria che non guadagna abbastanza per vivere e che vive delle donazioni volontarie, ma anche una miseria indifesa, non assistita dalla società: una miseria che muore di fame. Lo vediamo bene oggi. Questa miseria esiste: in Europa, nel vostro paese, davanti ai vostri occhi. Non le manca solo il lavoro, ma anche l’elemosina. E’ una miseria che va dritta alla morte e con essa si confonde. Questo individuo muore perché, nonostante la sua buona volontà, non può lavorare; muore tendendo la mano senza ricevere nulla, perché non si può (o almeno così la società crede) dargli né pane né lavoro; miseria così spaventosa, ma che tuttavia è la condizione di un essere chiamato alla vita, un essere cui è imposta la vita, un essere cui venne detto non: “Potrai vivere”, ma “Dovrai vivere, la vita è un dono che ti viene affidato e che devi conservare”. Ed ecco che la natura ha composto le cose in modo tale che quell’uomo, cui la vita è imposta, non può vivere del proprio lavoro né dell’altrui generosità e si vede condannato a morte per la situazione tragica in cui si è ridotto (…).

Vediamo dunque il triplice sforzo inglese, francese ed europeo, compiuto dal materialismo filantropico per risolvere il mistero della povertà e della miseria. Ma la povertà, la miseria assistita e la miseria abbandonata continuano a sussistere. Nella storia dell’Europa non si era mai sentito parlare con più frequenza di popolazioni intiere distrutte dall’implacabile dominio della fame. E mentre tutto sembra approntato per produrre ricchezza, per un inaudito mistero l’uomo, i prìncipi e i popoli cominciano ad accorgersi di questo terribile assioma: lo sviluppo della ricchezza porta con sé, quasi per fatale e inspiegabile contrappasso lo sviluppo della miseria, così che, nella stessa misura in cui la ricchezza si produce in un paese, state certi che, senza alcun dubbio, in proporzione eguale si produrrà la miseria (…).

Io sono fortunato, perché ho udito la parola che ha trasformato la storia e che, di fronte al mistero della povertà dice: “Beati pauperes spiritu. Beati i poveri volontari.”. (…)

Gesù smentisce il mondo, il quale pensa e afferma che la povertà è il male più grande, mentre Gesù Cristo rivela, nella prima frase del famoso discorso della montagna, che la povertà è la prima beatitudine. La contraddizione è pienamente realizzata. Ma non basta, occorre sapere cosa produce.

Forse che la povertà cristiana è spoliazione della vita? No, mille volte no! E’ piuttosto spoliazione dall’ombra, dal sogno, dall’utopia. Non ci priva del vero abito, ma di un vestito estraneo, indegno di noi, caduco, incapace di riempirci. (…)

Ma non così si spiega la miseria.(…) Dio ha forse detto: Beata la miseria, beati i miserevoli che guadagnano il pane? No, questa seconda parte del mistero non può poggiarsi sulla medesima soluzione. La povertà è una beatitudine, la miseria un flagello tra i peggiori. Dio ha condannato l’uomo a sudarsi il pane, ma non a morire di fame! (…)”

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2 pensieri riguardo “Beatitudine della povertà, tragedia della miseria

  1. Reblogged this on I segni e le cose and commented:
    “lo sviluppo della ricchezza porta con sé, quasi per fatale e inspiegabile contrappasso lo sviluppo della miseria, così che, nella stessa misura in cui la ricchezza si produce in un paese, state certi che, senza alcun dubbio, in proporzione eguale si produrrà la miseria (…).” DI IMPRESSIONANTE ATTUALITA’

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