Le vocazioni del bambino, la vocazione dell’adulto

Vocazioni

Tutti i chiamati del Nuovo Testamento sono adulti. Non solo. Sono adulti che vivono già in pienezza un loro ruolo di responsabilità nella famiglia e nella comunità.

E’ interessante notare come l’utilizzo dei testi da parte del magistero e della tradizione, così preciso quando si tratti di definire la non “evangelicità” di un presbiterato femminile (gli apostoli erano tutti maschi, Gesù era maschio…), diventi improvvisamente superficiale e poco attento quando si tratti dell’ascoltare quali tipologie di maschi erano i chiamati. Detto in altri termini, la tradizione ha precisato con forza il genere dei chiamati al presbiterato, ma non si è più di tanto soffermata sulle età della vita e sui ruoli sociali dei chiamati alla guida delle comunità.

I cosiddetti Dodici sono tutti uomini pienamente inseriti nel loro tessuto sociale: Pietro e Andrea hanno una piccola attività di pesca; Matteo Levi è esattore delle tasse; Giacomo e Giovanni sono notabili ben conosciuti in Israele, probabilmente di famiglia di ceto elevato; Simone Zelota è un attivista politico…. La chiamata, nel Vangelo, avviene “nel mezzo della vita”, ed è rivolta a persone che vivono già una condizione precisa, un’umanità adulta. Anzi, proprio da quella condizione sorge la vocazione. Gesù chiama uomini che stanno già vivendo una propria esistenza e che, nonostante questo, non si sentono pienamente realizzati. La vocazione neotestamentaria avviene, potremmo dire, nello spazio tra che vi è (per ciascuno) tra esistenza adulta e piena autenticità; può essere, così, compimento dell’esistenza personale.

Gesù non chiama i bambini. Piuttosto, chiede che essi siano lasciati “venire a lui”. Chiama degli adulti con un lavoro e una famiglia e domanda loro di “tornare a essere come bambini”. Non viceversa. Il bambino vive la potenzialità delle vocazioni. L’adulto la realizzazione. Gesù stesso comincia a realizzare se stesso e la propria chiamata da adulto. Trent’anni nel mondo ebraico, al tempo di Gesù, erano un’età avanzata. Erano “la vita nel suo centro”. Qual è questa “vita nel suo centro” oggi? Quaranta? Cinquant’anni?

Paolo di Tarso, a sua volta, viene chiamato “al centro della sua esistenza di adulto credente”. E’ mentre pensa di realizzare se stesso attraverso la Legge (e ne patisce nella carne il fallimento), che viene colpito dall’esperienza di Damasco. E le comunità di Paolo si fondano attorno a figure di coniugi, di lavoratori e lavoratrici, come Priscilla e Aquila….

Il concetto di vocazione come “separazione per il servizio di Dio” ribadisce, invece, tristemente, il concetto sacrale. Non vi è “separazione a causa del ministero, nel Vangelo”. Vi è piuttosto la separazione per la sequela. E non è la stessa cosa. Gesù non afferma mai: «Chi vuol essere ministro, apostolo nella mia cerchia lasci suo padre e sua madre…», ma «Chi vuol essere mio discepolo». E’ la sequela a imporre la frattura con un modo precedente di esistere, non il carisma e tantomeno il ministero. La sequela, come spada e fuoco, divide da una forma precedente di esistenza; il carisma (che è il correlativo della vocazione) costruisce la nuova forma di comunione. Non viceversa. La confusione, da questo punto di vista, è stata ed è tanta.

Credo che si farà qualcosa di buono  quando si comincerà a ridare la precedenza alla chiamata (vocazione) nel suo senso forte, come “chiamata alla sequela” di Gesù; e, di conseguenza (solo di conseguenza!), a riconoscere in coloro che si sono messi alla scuola del Vangelo, anche le vocazioni e i carismi per il servizio nella comunità. Se il processo continua a essere invertito, avremo sempre più spesso ministri che non sono mai stati discepoli e ministeri occupati da uomini la cui fragilità è di intralcio alla fede dei fratelli. Non basta dire, a scusante: “I preti sono uomini come gli altri!”. In un cristianesimo preso sul serio, sono i cristiani a “non poter più essere uomini e donne come gli altri”.

Altrimenti non vale la pena.

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17 pensieri riguardo “Le vocazioni del bambino, la vocazione dell’adulto

  1. Carissimo Natale, questo sì che lo condivido in pieno. Un po’ meno, anzi, parecchio meno, tanto da lasciarmi perplessa, quello precedente su quell’aguzzino che sarebbe il papa nei confronti dei gay. Ma sai che, con tutta l’oggettività di cui sono capace grazie alla mia formazione di storica ( sempre parziale naturalmente data la mia condizione di creatura umana) e nonostante non sia proprio una fanatica di papa Benedetto, non riesco a trovare quella scandalosità nelle sue affermazioni di cui invece fai denuncia nel tuo articolo? Non ce la faccio a sentirmene provocata. Si vede che non sono in grado di capire o forse mi manca l’altezza di uno sguardo teologico, o la mia fede è davvero piccola ( bella scoperta!!!) che ne so? Oppure che anche io sono una inguaribile prevaricatrice razzista nell’anima. Fosse questo, grazie davvero, ne devo a te la scoperta, ma non ne sono sicura.

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  2. Cara Cristina, ben trovata! Faccio solo una precisazione: io non ho mai detto né scritto che il papa è un aguzzino! ci mancherebbe altro! la mia sottolineatura era soltanto diretta al fatto che reputare un attentato alla pace e alla giustizia la questione delle coppie gay è grave. Poi, della questione in quanto tale, si può discutere, essere o meno d’accordo. Non è questione di altezza o meno di sguardo teologico, ma di misura delle affermazioni.

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  3. mm; mi apre tirata troppo! Con il solo biblismo non si va avanti; c’è la storia della comunità cristiana che è segno delle cose nuove che compie lo Spirito, e non credo sia bene fare un fermo immagine alle sole prime fasi della storia della Chiesa!
    (per l’ultima parte, sono d’accordo!) Il metodo di affermare la necessità di avere gente matura al presbiterato usando la bibbia mi vede critico.

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  4. Certamente. Lo spazio di queste (che in fondo sono solo riflessioni ad alta voce) non è certo quello di un trattato. E così, credo, vadano intese. Diciamo che sono il tentativo di cominciare ad affrontare un problema che ha un’enorme storia e, di conseguenza, sono limitate. Per esempio, non è certo mia intenzione “affermare la necessità di avere gente matura al presbiterato usando la Bibbia”.
    Personalmente, però, credo che nei momenti critici, o si torna alle radici (comuni, si spera), oppure ci si perde in litigi su qual è, nella storia, la migliore interpretazione dello Spirito.
    Mi piacerebbe che, al di là della critica (sempre utile per approfondire le riflessioni), si provasse a suggerire qualche traccia ulteriore.

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  5. “Nella predica di Pentecoste, Pietro riprende le parole del profeta Gioele del IV secolo a.C. e racconta l’opera dello Spirito Santo in tre fasi della vita, ognuna differente: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni». I «figli e le figlie saranno profeti significa che essi devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa. Il contributo «dei figli e delle figlie» è fondamentale. Essi sono ancora interessati oggi a criticare noi, la Chiesa, i governanti, oppure si ritirano in silenzio? Dove esistono ancora conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all’opera. Nella ricerca di collaboratori e vocazioni religiose dovremmo forse prestare attenzione innanzitutto a coloro che sono scomodi e domandarci se proprio questi critici non abbiano in sé la stoffa per diventare un giorno responsabili e alla fine sognatori. Responsabili che guidino la Chiesa e la società in un futuro più giusto e «sognatori» che ci mantengano aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi.”

    C.M. Martini – Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede.

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  6. Certo Natale che non avevi usato la parola “aguzzino”!!! Non c’era scritta, lo so
    anche io. Forse ho ecceduto nell’uso disinvolto dei termini, come accade spesso in questo tipo di comunicazione, sbagliando, perché invece bisogna essere sempre precisi. Il tono delle tue parole, almeno a me, ha trasmesso una seria preoccupazione verso l’affermazione papale, considerata molto grave mi pare di ricordare no? Avrei anche voluto rileggere per poter dire meglio e con più precisione e magari rispondere direttamente sull’articolo ma non lo trovo più da nessuna parte. Dov’è finito?
    Una sola domanda: conosci il problema in ciccia? voglio dire nella nuda realtà? Non parlo di giovani o adulti, persone libere, che decidono di unirsi e vivere così la loro vita a due, liberamente, ma di quarantenni che sfasciano una famiglia, regalano sofferenza immane a mariti e figli piccoli per vivere la loro avventura omo, ” la sola per la quale valga la pena di calpestare tutto, compresa la felicità dei figli”. Non è frutto di fantasia, purtoppo, ma vita vera, con la quale la sorte mi ha dato di aver a che fare da un anno a questa parte, poiché capitata a persona assai vicina. Persona folle? Debole? Sarà, ma aiutata dalla psicologia a vivere tutta la sua follia come la cosa più seria e rispettabile del mondo. Hai idea di cosa possa essere circolato in questa famiglia? Io sì perché ne ho vissuto tutti i passaggi e ti chiedo, da povera quale sono di fronte ad un dolore tanto grande e indicibile quanto quello dei due bambini, trovami tu il posto di due parole come “pace” e “giustizia”.
    Spero di non aver offeso nessuna suscettibilità e non aver mancato di rispetto a nessuno, ma solo di aver dato un piccolissimo contributo…il problema è molto, molto complesso. Le parole del papa sono gravi? Mi chiedo: che dolore possono causare? Chi possono offendere? Certo, i gay, si dirà. Ok. E’ giustissima preoccupazione. Ma perché di altre cose invece, che non ci sognamo nemmeno di considerare gravi, pena l’essere considerati retrogradi, talebani o quanto altro, non ci chiediamo quianto siano capaci di far sanguinare? E non gente adulta, capace di difendersi e portare avanti le loro battaglie civili in piena responsabilità, ma bambini. Non sono pochi sai. Ci possiamo legittimamente chiedere che ne sarà di loro, dei loro equilibri, della loro crescita affettiva? Se è “giustizia” e “pace” ciò che saranno destinati a vivere? Non è importante questo? Pensiamoci.

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    1. Scusa Cristina se mi intrometto nella discussione, spero di non essere troppo invadente…
      Comprendo il tuo punto di vista, ma ritengo che divorzi e separazioni siano sempre momenti difficili per i bambini che si trovano coinvolti in questa situazione senza possibilità di scelta. Mi sembra che non faccia molta differenza se la famiglia si sfascia per una relazione omosessuale o per un altro motivo…
      Indipendentemente dalle dinamiche che portano al divorzio, sono i genitori che prendono tutte le decisioni in questi momenti così delicati e i figli non possono fare altro che accettare le condizioni imposte.
      D’altra parte credo sia altrettanto doloroso per un bimbo vivere con due genitori che tengono in piedi un matrimonio “per i figli”. Quando non si ama più il proprio compagno/a bisogna rendersi conto che costringersi a rimanere con una persona per cui non si prova più amore è durissimo, non si può fingere 24 su 24…i bambini si troverebbero ad assistere a liti continue e a crescere tra stress e tensioni continue.
      Smettere di essere una coppia non significa smettere di essere genitori.
      Ciò che conta realmente è il clima emotivo. Si dovrebbe prestare attenzione soprattutto che i piccoli non si colpevolizzino per la separazione. Penso che ciò che può fare davvero la differenza sia il modo con cui i genitori aiutano i figli ad affrontare i cambiamenti, con cui li sostengono psicologicamente per affrontare l’universo e le persone che li circondano che avranno senz’altro da commentare la questione non sempre in maniera sensibile. Almeno credo sia così…

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  7. Mi fa molto piacere che su questo tema gl interventi siano forti e capaci di approfondimento, passione e, contemporaneamente, rispetto: grazie a entrambe le… Cristine :-).

    Mi permetto di aggiungere una cosa: il tema che Cristina Saviozzi (cito il cognome non per distacco ma solo perché l’omonimia lo impone) sottolinea con passione è assolutamente reale e, da parte mia, condivisibile. Ma lo è anche il suo opposto, drammaticamente: vi sono attentati alla pace e alla giustizia in molte famiglie che si sfasciano, ma anche in molte che rimangono unite nella paura (della violenza fisica e/o psicologica) di uno o di entrambi i membri. Perché di questo non si parla? Perché nell’elenco degli attentati alla pace e alla giustizia non c’è una “voce” sulle unioni che distruggono i figli proprio perché radicate in un terrore coperto e protetto dalla convenzione sociale e (drammaticamente) sacramentale? Anch’io, cara Cristina, conosco persone e condizioni drammatiche, sia per i motivi che tu proponi, sia per altri diametralmente opposti: ci sono persone che si distruggono a causa delle “separazioni” sia persone che disperano (e producono disperazione) perché, invece, incapaci di giungere a una “separazione” che sarebbe liberante.
    La Chiesa, secondo me, non può permettersi (proprio per il motivo che tu dici, di concretezza delle situazioni e delle sofferenze) di continuare a fare discorsi che non guardino nella carne dell’uomo quotidiano; ma, se vuole farlo, lo deve fare facendo verità e attenzione a tutte le situazioni. Questa, se vuole essere Chiesa di Cristo, è la sua croce!
    Quello che, infine, a me fa soprattutto riflettere non è tanto che il papa (e con lui molti cristiani) da un lato, e le coppie di fatto o le unioni gay ecc. si trovino su sponde opposte, ma l’incapacità di dialogo tra queste due parti. In questo senso (e solo in questo senso) mi è sembrato inopportuna e grave l’affermazione del discorso di Benedetto XVI.

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    1. Mi chiedo se un essere umano possa, per le frustrazioni che la vita gli prescrive, imporsi di rinunciare all’amore della sua vita…e soprattutto mi chiedo se e quando sia giusto farlo…

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  8. Cara cristina R, mia omonima, l’uso ampio del condizionale, delle forme ipotetiche e la chiusura con quell’ “almeno, credo che sia così…” la dice tutta sulla consapevolezza da parte tua di quanto, di fronte a questioni simili, siamo piccolini tutti quanti e ci si limiti ad andare avanti per ipotesi. Mi piace un sacco che tu ne tratti così. Ti sento aperta al confronto in modo buono.
    A Natale, carissimo, dico questo: che ormai è da un po’ che per le ragioni di cui parli – violenza fisica e psicologica, gravi incomprensioni insomma situazioni invivibili a vario livello – la Chiesa ammette la separazione, proprio per il bene dei figli ( e anche per quello dei poveri cristi di quei coniugi che sono pur sempre figli di Dio no?). Non è così? Io ne conosco un po’ di storie del genere, anche divorziati, che svolgono un sacco di cose nelle comunità e nelle diocesi. Della serie “quando ci vuole ci vuole”, mica sarà la “ditta” dei sadici…questa, davvero, ormai mi pare sia roba di altri tempi il “sopporta e zitti”.
    Credo però che parlando di separazioni in generale, visto che se ne è trattato, come anche di un sacco di improvvise crisi di identità di genere, cambio di gusti sessuali di gente che per una vita è stato etero e ad un tratto si scopre omo ( aspetti da guardare , avvicinare, amare e di cui parlare con un enorme rispetto e serietà) si debba avere anche il coraggio di guardare la realtà di una umanità che si pone di fronte ad ogni ostacolo, ad ogni affanno della vita familiare, anche e soprattutto di coppia, con sempre maggiore fragilità e minor voglia di lottare. Abbiamo, ammettiamolo, un modello che da ogni parte quotidianamente ci viene sbattuto in faccia e che ci imprigiona in una immagine familiare da Mulino Bianco, dove tutto è una poesia. E invece la vita di coppia è anche , soprattutto prosa, con la fatica di una lettura più lunga e paziente, come in un libro.E la crescita di messaggi trasversali che incoraggiano a cercare la via più semplice in tutte le cose, senza accettare il sano rovello della lotta per risolvere le questioni. Questo, ovvio, lo dico in linea molto generale, ma in determinati contesti di fragilità educativa, affettiva ed emotiva, certo che un individuo non trova ragione sufficiente per non vivere quello che al momento pare avere i requisiti per essere “l’amore della sua vita”. Basta però intendersi sul significato della parola, oggi inflazionata sul mercato del linguaggio, come molte altre. Da cristiani, credo, penso, augurandomi di non sbagliare, amore immagino sia tutto fuorchè ricerca di una felicità per sè stessi e stop.
    Mi scuso per il tono caldo di cui dici tu Natale, ma 33 anni di vita matrimoniale se non mi autorizzano a pontificare ( Dio ce ne scampi!!) mi chiedono di dire almeno qualcosa.
    L’amore è amore, sento dire con molta superficialità, anche quello che divide per questo tipo di motivi, di cui dicevo sopra e ce ne sono tantissimi anche di questi, basta bazzicare un po’ per consultori per esserne convinti . Io invece ho 57 anni ( e da ieri sera anche uno di più) e di amore, credetemi, parola troppo grossa, non ne capisco ancora, ma se guardo a Cristo sulla croce vedo una cosa diversa.

    Grazie per questo bellissimo scambio nel quale mi avete portato.
    Felicissimo 2013

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    1. Cara Cristina S., ringrazio te e tutti gli altri per questo scambio, è stato molto stimolante…mi sento davvero piccolissima davanti a queste questioni!!
      Sono d’accordo con te, la parola amore è troppo inflazionata e bisognerebbe usarla con molta più cautela.
      Purtroppo guardandomi attorno, mi rendo conto che per la maggioranza degli esseri umani amare significa chiedere, esigere, reclamare. Si comportano in questo modo di fronte a Dio e lo fanno anche di fronte alle persone che pretendono di amare…
      le perseguitano con le loro esigenze e, qualunque cosa ricevano ,
      sono sempre insoddisfatti. Non credo che questo tipo di sentimento sia amore per l’altro, ma piuttosto “attaccamento”, che, secondo me, deriva dall’amore di sé inteso come preoccupazione per il proprio benessere.
      Credo invece che l’Amore sia il volere che gli altri siano felici. Questo amore è incondizionato e richiede molto coraggio e accettazione, sia degli altri sia di sé.
      Mi piace molto quello che scrive in proposito S.Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi:

      “L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. L’amore non verrà mai meno.”

      Felice Anno Nuovo!!!!

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    2. Buon anno Cristina! Grazie a te anche per questa riflessione. La mia sottolineatura del “tono caldo” era in senso positivo (purtroppo la scrittura, veloce, dei blog non permette di far gustare i toni della voce viva!). Credo che la passione nel sottolineare alcune questioni sia decisiva: se non avessimo passione, che saremmo? Sono assolutamente d’accordo con quel che dici qui, soprattutto sul fatto, per me decisivo, di una cultura che impone modelli sciocchi e poco educativi. Quel che vorrei fare, con queste pagine e in altri modi, è proprio spingere alla riflessione, sempre e comunque. A non dare nulla per scontato. Quel che mi fa criticare la Chiesa (talvolta) è la consapevolezza che “dobbiamo fare di più”, perché c’è in gioco l’uomo. Ma ne riparleremo, certamente. Per ora un grazie di cuore, perché mi hai aiutato a meditare più in profondo.

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  9. Amici miei, in tante cose avete ragione ma credo che alla Chiesa manchi un vero ministero che aiuti le coppie in difficoltà a capirsi. Il ministero è quello del Matrimonio (ci avete pensato?) cioè di coniugi maturi. Si fanno corsi per fidanzati con la prospettiva di guidare i futuri sposi, ma tutto rimane come prima. I divorzi continuano..!
    Io ho vissuto entrambi le realtà: sposato senza alcuna cognizione di cosa fosse la grazia di un Sacramento ( e l’esperienza) ci eravamo separati; umiliato e poi convertito alla Fede, sono rimasto in breve vedovo. Risposato, dopo 6 anni, con una convinzione ben diversa, ho avuto la grazia di conoscere una donna vedova di gran Fede.. sommando i nostri figli. Pur con le inevitabili difficoltà e qualche screzio, che, nel tempo, si è trasformato in dialogo, abbiamo sperimentato come la Fede, e solo lei, ha sostenuto e condotto il nostro matrimonio, sempre in meglio, e nella certezza e piena esperienza della Grazia. Senza questa convinzione e crescita nella Parola ,vera maestra, il peggio può essere alle porte. E’ una testimonianza nella Verità!

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    1. Buon giorno e buon anno Oliviero. E’ vero che ci sono poche persone davvero in grado di capire, aiutare, sostenere, educare alla vita di coppia. Io ho soprattutto la sensazione che manchi ancora un’attenzione approfondita sulla spiritualità della coppia; non solo della coppia “stabile”, ma anche di quella “ricostituita” (sia per divorzio che per vedovanza…). Siamo molto agli albori e forse anche per questo non si riesce ad aiutare davvero a comprendere il mistero della coniugalità. Forse la crisi attuale della famiglia e gli attacchi alla coppia tradizionale sono davvero l’occasione per compiere una riflessione che, mi sembra, dal punto di vista spirituale, sia sempre stata rimandata. Una riflessione “spirituale” condotta da coppie, però, non da celibi.

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  10. Sono contenta anche io di quello che riusciamo a dirci e di come lo diciamo; un grande, reciproco arricchimento. Io credo molto anche in questa Chiesa che siamo noi mentre ci diciamo tutte queste belle cose; siamo o non siamo il Popolo di Dio?Tra l’altro è la prima volta che partecipo ad una comunicazione di questo tipo. Mi trovi assolutamente convinta sulla mancanza di cura alla spiritualità della coppia….del resto nelle nostre parrocchie i preti non hanno più neanche il tempo di ascoltare confessioni, figurati la cura dello spirito!! E invece è il nodo cruciale perché curando bene quello, non solo nelle coppie ma generalmente in tutti, si rafforza l’individuo dotandolo di una bella spina dorsale, al quale non la si da più a bere tanto facilmente con la pubblicità, l’appiattimento culturale e via dicendo. Uno diventa così forte ( perchè prende forza da chi ne da di quella buona, senza data di scadenza) che inizia a saper scegliere e distingurere per cosa vale la pena di lottare, per chi la vita ha senso che sia spesa ed altre scelte importanti. Io il curatore di anime me lo vado a cercare a 70 km da casa per esempio, ma rimane sempre Chiesa, anche se devo raggiungerlo con 50 minuti di auto. Ok, anzi, 10 e lode, sull’idea che debbano essere coppie a parlare alle coppie.
    Ciao

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  11. Leggo solo ora, a mesi di distanza, questo prezioso scritto su vocazione del bambino e vocazione dell’adulto. E credo che tu sia riuscito, Natale, come tante altre volte, a scorgere le crepe di fragilità che la tradizione ecclesiastica ha lasciato si allargassero, fino al punto di ritenerle irrinunciabili.
    La chiarezza sul mio cammino, e la lucidità di interpretare il mio vissuto, appartengono a me ora molto molto più di quanto mi appartenessero quando ho iniziato a vivere il ministero: eppure quanto mi sono prodigato fin da giovanissimo per accompagnare altri! E con quanta approssimazione mi sono ritrovato a vivere tale compito…! Perché la maturità umana non ti si fionda addosso con l’ordinazione; e la scelta di vivere evangelicamente non è automaticamente correlata ad una immediata scelta di vita!
    Disdegno da sempre, questo sì da sempre!, quelle forme di promozione vocazionale che non sono dirette ad avvicinare al Maestro, quanto di far brillare come possibile esito del proprio cammino una specifica forma di vita, una “vocazione”, una “consacrazione”. E i devastanti esiti ci sono decisamente chiari davanti agli occhi, soprattutto dove si evidenziano scelte di consacrazione che appaiono motivate più dall’ansia di rivestire un “ruolo” che dal desiderio di vivere l’Evangelo.
    Da dove ripartire? Me lo domando, me lo domanderò.
    Per me, intanto, è necessario liberarmi da ogni “separazione” che sia motivata da altro che la scelta di Gesù e del suo amore.

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    1. Caro Orazio,
      grazie di questa riflessione, che mi fa rileggere (anche a me, a distanza di tempo) quanto pensato mesi fa. E’ davvero curioso come quasi tutto del cristianesimo sia stato riletto secondo linguaggi critici e moderni, mentre il tema della vocazione rimane un po’ nel limbo dell’intoccabile. Sono cambiati i modelli liturgico, biblico, laicale, etico, si riflette sul sacerdozio alle donne e il divorzio… ma il modello di lettura della vocazione resta legato a quella riduzione ottocentesca che ne è stata un’immagine precisa, delimitata nel tempo (persino nel tempo della ‘tradizione’), ma dalla quale non riusciamo a liberarci. Bisognerà, prima o poi, fare davvero questa fatica…

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