Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

Michelangelo-Merisi-o-Caravaggio-Vocazione-di-san-Matteo-15991600-e1340015049110

Concludevo, sabato scorso, con una riflessione sul senso di un presbiterato conferito a 25 anni, e sulle ipotetiche conseguenze di una revisione dello stesso.

Quella riflessione spinge, in realtà, ancora più a monte, all’idea stessa di «vocazione», non genericamente intesa, ma come “chiamata a un compito ministeriale”, “vocazione a un ministero”.

La “chiamata”, in senso generico, è normalmente intesa come un dono particolare, una grazia singolare, un appello rivolto direttamente da Dio a una donna, a un uomo. Dio chiama alcuni a svolgere compiti particolari per il bene del mondo e della Chiesa. Non ha fatto così anche Gesù con gli apostoli? Li ha chiamati a sé per un progetto preciso. Definita la questione, occorre però soffermarsi su una serie di problemi che essa inevitabilmente apre e che, se non ben intesi, portano a una confusione interiore che è tra le cause, secondo il mio parere, di molte delle drammatiche vicende legate al ministero in questi ultimi decenni.

1. Il primo rischio che il concetto di vocazione, quando sia mal inteso, porta con sé, riguarda la complessa questione del suo stesso discernimento: di fronte a una persona che afferma di essere stata “chiamata” da Dio, chi decide che quella voce “percepita”, che quella “chiamata” sia di origine divina o non semplicemente una sensazione soggettiva, un’illusione dettata dalla voglia di essere protagonista; chi determina che si tratti di un dono celeste piuttosto che di un cortocircuito cerebrale? Chi “verifica” la veridicità della chiamata?

La risposta è tutt’altro che semplice (rimanda a tutta la pedagogia educativa dei seminari) e la domanda non è certo una scoperta nostra. Gesù stesso, di fronte a questo problema, suggerì un criterio: «Dai frutti li riconoscerete»; e già l’Antico Testamento aveva proposto una soluzione per distinguere, in un simile caso, tra i veri e falsi profeti: «Quando le profezie si avverano, il profeta parla per bocca di Dio; quando non si avverano, questo è il segno che non si tratta di un vero profeta». Si tratta, comunque, di un a posteriori, di un semplice sillogismo: poiché Dio non sbaglia e non mente, se una donna o un uomo che riportano le sue parole, si rivelano menzogneri, ecco che possiamo tranquillamente affermare che la loro è una vocazione millantata.

Nella forma di discernimento proposta da Gesù c’è qualcosa di ulteriore: i frutti si possono vedere da subito, in qualche modo; non c’è bisogno di aspettare che una vita intera sia compiuta: la chiamata di Dio comincia a trasformare davvero una persona, lo adegua alla coerenza interiore del vangelo. Tutti possono vedere i mutamenti, lenti ma continui, inesorabili, tesi alla realizzazione della vocazione. Il discernimento, in qualche modo, è la vita stessa.

2. La persona, chiamata, dunque “cambia”. Si tratta, conseguentemente, di stabilire quali siano gli elementi visibili e concreti con cui questo mutamento può essere riconosciuto come “secondo lo spirito del Vangelo”.

Ci sono, certamente (ancora Bibbia e tradizione suggeriscono gli elementi) alcune evidenze necessarie al riconoscimento di una vocazione cristiana; una su tutte appare evidente: quando una persona comincia a comportarsi secondo gli insegnamenti di Gesù e a sua immagine (poiché egli è la Via), ecco che si può considerare veritiera l’appello che dice di sentire a sé rivolto. Ora, però, questa condizione di identificazione alla figura di Cristo, rende ragione di una chiamata universale, generale, che pertiene a ciascuna donna e uomo che si pongono sulla strada originaria della conversione. E’ la “chiamata a convertirsi” che è rivolta a tutte le donne e gli uomini del mondo: «Convertitevi e credete al Buon annuncio» è la chiamata che apre il Vangelo di Marco. Chi comincia a vivere secondo l’annuncio evangelico è colei, colui che è chiamato a realizzare il regno di Dio dentro di sé, nella comunità ecc.. La chiamata alla sequela del Vangelo è la vocazione dell’uomo. Potremmo dire che, in modo generico, la verifica della vocazione a essere credenti cristiani passa attraverso l’accoglienza del messaggio di Gesù nella propria vita.

Ma ciò su cui ci stiamo interrogando, quando parliamo di “chiamata a uno specifico ministero”, o di “vocazione al presbiterato”, è inevitabilmente un’altra cosa ancora. Per il discernimento riguardante la “vocazione al ministero”, quel che abbiamo detto ora vale solo fino a un certo punto.

3. E sono al terzo punto di questa riflessione, punto che va a collegarsi alle cose dette e scritte nelle settimane scorse: siamo certi che quando parliamo di “chiamata al presbiterato” stiamo parlando di una chiamata “divina”? O non è forse una chiamata “umana”, della comunità stessa, in comunione certo con la volontà di Dio (per quanto si possa, naturalmente), ma pur sempre “dal basso”? La distinzione fatta, precedentemente, tra presbiterato (governo dell’anziano del popolo) e sacerdozio (presidenza dell’uomo sacro), ha qui la sua prima ricaduta: se il presbitero è l’anziano della comunità, se ha un compito di governo umile del quotidiano della Chiesa locale, di presidenza delle celebrazioni, non può essere che la sua “chiamata” debba passare per la scelta della comunità stessa, alla luce dello Spirito? Ossia: per la vocazione presbiterale che senso ha proporre una chiamata celeste e individuale, quando sia in vista di un ministero comunitario e comunionale?

Quando si liberi il ministero presbiterale dalla sua caratteristica sacrale, ecco che non è più necessario pretendere una chiamata celeste, ma è sufficiente definire un percorso comunitario. I preti “secolari” (ci sarà un motivo se si usa questo termine, o no?), in questo modo, sarebbero liberi da quel drammatico dualismo che li fa “separati per Cristo” e contemporaneamente “dedicati in pienezza alla Chiesa”; che li fa “immagine sacra del Capo” e contemporaneamente “membri fragili del corpo”.

Il paradosso della vocazione presbiterale nella sua attuale concezione è tutto qui: si pretende che alcuni uomini siano stati chiamati da Dio al servizio della Chiesa. Ma questa chiamata, essendo ministeriale, deve essere analizzata e giudicata valida da altri chiamati. E’ inevitabile che, da un lato, si formi una casta (che giudica sulla base dei criteri della propria chiamata, ormai ingiudicabile, poiché data per scontata attraverso l’appartenenza a una struttura sacrale, la chiamata di altri!); e, dall’altro, che questa stessa casta spinga alcuni giovani al paradosso di farsi convincere di essere stati chiamati. Il metodo del discernimento delle vocazioni negli ultimi decenni è un vero e proprio drammatico spazio da analizzare.

Faccio solo un accenno, esemplificando concretamente: anni fa si pretendeva che le vocazioni più autentiche, da educare e coltivare con particolare cura, fossero quelle che si manifestavano fin da fanciulli, a 10/11 anni. L’esempio di riferimento era quello del biblico profeta Samuele, chiamato da bambino al ruolo di profeta e giudice di Israele! Alla coltivazione di questi virgulti la Chiesa dedicava sforzi, spazi e tempo immensi. Il risultato? Irrisorio. Si trattava, in genere, di ideali vocazionali “costruiti” volontaristicamente, idealmente, mimeticamente. E i cui risultati erano irrisori rispetto allo sforzo profuso: ho il preciso esempio di una classe di prima media in seminario (Varese, 1972), composta da 25 alunni; di questi fanciulli divennero preti (13 anni dopo) in 4; 3 di questi abbandonarono il ministero entro i primi cinque anni. Percentuale di fallimento del progetto di discernimento ed educativo: 96%!

Ne vogliamo parlare?

Annunci

6 pensieri riguardo “Chiamati da Dio? La faccenda seria della vocazione

  1. Condivido l’approccio “dal basso” per una “teologia” del ministero. Mi spiego con una provocazione (ma non troppo): nessuno è chiamato da Dio a fare il Papa, come accadde a Pietro; nessuno si dichiara chiamato da Dio a governare la Chiesa ma sono i Cardinali ad eleggere il Papa (“assistiti” dallo stesso Spirito Santo per eleggere Giovanni Paolo II o papa Borgia). E di ciò nessuno si scandalizza, ma è tranquillamente accettato che il più alto ministero della Chiesa, quello “petrino”, sia il risultato di una scelta “dal basso”. Credo che per il ministero (cioè “servizio”) sacerdotale valga il discorso di un compito che viene affidato – nelle forme e nelle modalità che la comunità ritiene necessarie e utili al momento – a persone che a tale compito si propongono – o che per tale compito vengono cooptate – e che vengono ritenute adatte. Non fu eletto vescovo il santo Ambrogio? E come per tutti i servizi, anche il ministero non deve essere considerato una caratteristica “ontologica”. Anche se alcuni padri spirituali nei seminari insistono nel far passare il concetto che si “è” prete (prospettiva “ontologica”), credo che sia più corretto dire che si “fa” il prete (prospettiva “sociologica-ecclesiologica”) e di questo compito si risponde alla comunità (e a Dio). Una prospettiva più umile, certamente. Ma non meno impegnativa. Forse recuperare il tanto bistrattato “sacerdozio comune del popolo di Dio” aiuterebbe a far vedere il “sacerdozio ministeriale” non come qualcosa di “diverso” (separato, sacro) rispetto al “sacerdozio comune”, ma qualcosa che da lì scaturisce.

    Mi piace

  2. Grazie Andrea. Condivido pienamente. Ribadisco che, a mio parere, se il sacerdozio comune esprime una sacralità sensata (che è quella dell’umano), di sacerdozio ministeriale non si deve più parlare (poiché le parole fanno il senso e il prete secolare è da considerarsi presbitero, non uomo sacro). Un abbraccio!

    Mi piace

  3. Notevoli come sempre queste riflessioni. Ritengo utile aggiungere solo il fatto che, nel senso qui esposto di presbitero, e non di uomo sacro, l’ innovazione rappresentata dallo spostamento del sacerdote durante la funzone religiosa, ovvero da essere avanti ai fedeli, ma comunque rivolto verso l’ altare, ad essere dalla parte dell’altare rivolto verso i fedeli, contribuisce simbolicamente alla rappresentazione di ‘uomo sacro’ anziché presbitero, con ció non aiutando affatto nell’interpretazione qui proposta.

    Mi piace

  4. I simboli sono immagine di quel che pensiamo e di quel che “dobbiamo” pensare. Il Vaticano II (e la riforma liturgica) avevano intuito che occorreva un cambiamento di fondo nel modo di pensare e vivere la celebrazione. Ma, senza un mutamento nell’immagine del “presidente” della celebrazione stessa, la riforma è stata inevitabilmente monca. Sarebbe interessante studiare la celebrazione della Cena luterana e zwingliana in modo serio, e il ruolo del “pastore” nella sua realizzazione.

    Mi piace

  5. Sono su questo sito perchè mio figlio prete me lo ha indicato e mi ha passato gli articoli che ho letto con interesse. Questo perchè ho studiato da laico l’argomento e pubblicato sul mio sito http://www.viriprobati.it. L’opuscolo ivi presente, e anche stampato, è stato inviato a 60 vescovi italiani e ca 40 tedeschi (tradotto) ho avuto buone risposte e ringraziamenti anche a “livello alto”. Ultimamente li ho spediti anche al Sinodo dei Vescovi. Purtroppo non ho ancora trovato qualcuno in madre lingua per l’inglese. Tradotto invece in spagnolo.
    Praticamente tutto potrebbe essere risolto esaminando l’organizzazione della Chiesa primitiva (specie di origine ebraica con le sue saggie regole) dove il ministero era suddiviso fra “anziani- presbiteri” veri e “itineranti – evangelizatori ” di sostegno alle chiese nuove e future (Paolo e giovani collaboratori). Ovviamente sono d’accordo con te sulla necessità di ripristinare la presidenza eucaristica agli anziani locali ” che hanno guidato bene la loro famiglia e possono guidare la Chiesa di Dio” (cfr 1 Tim 3,5). I giovani, invece, hanno bisogno di ideali forti (B.XVI) e quindi essere “eunuchi per il Regno dei Cieli” una volta scelto Cristo come vocazione interiore non sarebbe.. un problema. Un problema è utilizzarli (male) per fare i “baby sitter” all’oratorio..(!?). Mi fermo quì. Continua a leggere il mio modesto studio (scaricabile dal sito) lo troverai molto utile per continuare il tuo discorso. Purtroppo qualcosa , a mio avviso, non è corretto in alcuni punti dei tuoi scritti es: l’infallibilità del Papa non è un potere sacrale (!?) ma la garanzia di Verità che Cristo ha promesso. Perchè colui che ha il compito di confermarci nella Fede dovrebbe rischiare la menzogna? Ringrazio il Cielo di questo dono! Vi sono altre cose riguardo il ministero che condivido e in sintonia con il mio studio altre da precisare meglio.
    Se mi dai il tuo indirizzo ti mando l’opuscolo. Buon Natale e Gesù sia con te.

    Mi piace

  6. Grazie dell’intervento attento e preciso. Come dicevo all’inizio di queste riflessioni, vogliono essere semplicemente un contributo perché si parli con libertà di alcune tematiche che sono, a mio avviso, ormai decisive per il futuro non solo della Chiesa cattolica, ma dello stessa questione del credere. Il fatto che io sia partito dal ruolo del presbitero è dovuto a una serie di fatti che ultimamente sono saliti alla ribalta della vita “sociale” della Chiesa. Ho anche cominciato a leggere i tuoi testi che ho scaricato dal sito. Ne riparleremo con calma.
    Qui volevo solo precisare una cosa: riguardo al tema dell’infallibilità del papa, non ne parlo in termini “dogmatici”, né mi interessava qui entrare nel merito delle affermazioni evangeliche del primato petrino e conseguenti. Mi importava piuttosto sottolineare come l’idea di infallibilità (che è ben altro, a mio parere, della “garanzia di verità”, al punto da essere stata dichiarata dogma nel momento più alto – e anche conclusivo – della vicenda “sacerdotale-regale” del pontificato romano: il Vaticano I) è conseguenza di un’idea sacrale del ruolo del pontefice-sommo sacerdote; talmente sacrale che non smettiamo di chiamiare il papa con un nome pericoloso (quanto pericoloso, neppure ce ne accorgiamo più): Santo Padre.
    Pietro, cui fu dato il compito di “confermare i fratelli”, non fu mai chiamato né sacro né santo. In Israele sapevano perfettamente (proprio per la loro saggezza) quanto fosse pericoloso questo attributo dato a un uomo! E non si può dimenticare che il compito della “conferma” viene dato da Gesù dopo l’annuncio del rinnegamento (ossia di un misero fallimento nella sequela): la frase rivolta a Pietro, nel vangelo di Luca (22,32), è davvero interessante e suona così (il termine greco è epistrepho): “E tu, quando ti sarai convertito, girato, trasformato…, conferma i tuoi fratelli”.
    Non si tratta, dunque, di un’affermazione assoluta, come spesso si tende a credere decontestualizzandola, ma molto precisa: e riguarda il compito del confermare i fragili dopo l’esperienza personale della fragilità e della conversione. Mi fermo qui, ringraziandoti ancora per avermi permesso di chiarire un poco, innanzitutto a me stesso. La strada è ancora lunga. Continuiamo a cercare e a camminare. Un abbraccio.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...