L’ossimoro: presbitero e giovane. E l’ipotesi seria di un diaconato (impermanente)

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Riprendo e cerco di concludere la riflessione iniziata ieri.

Come si può essere presbitero (ossia “anziano”) a 25 anni? Ma anche a 30? Come si può anche solo pensare di governare le coscienze altrui e le forme di vita altrui (poiché questo è il ministero pastorale nella sua essenza: governo delle strutture e dei cuori, nel senso migliore del termine, s’intende), quando si è appena all’inizio del lavoro di governo su di sé?

Si fa l’esempio, quando si tratti di vocazione, di Samuele: chiamato bimbo, nella notte, a essere profeta e giudice del suo popolo. Ma Samuele, più che essere esemplare, è unico al punto che persino il sacerdote del tempio (l’uomo deputato al riconoscimento e alla gestione del sacro) non sa riconoscere in lui l’iniziativa di Dio. Nessuno è Samuele. O forse rarissimi – uno per generazione? – lo sono. L’esempio della chiamata non è quello.

Persino il re Davide, dopo aver vinto da bambino il gigante, visse una lunga storia di apprendistato e, divenuto re, la rivisse drammaticamente, cogliendo se stesso inabile al governo del proprio cuore e imparando solo da anziano (dopo aver fatto vittime innocenti ed essersi attirato condanne infamanti) che “non gli era dato di costruire un Tempio” al Signore.

Come si può essere “anziani” a 25 anni? E a 30? Come si può concedere il ministero della riconciliazione, che implica l’ascolto e la sopportazione dei mali di una vita, a giovani che della vita non hanno alcuna esperienza e, di conseguenza, devono solo poterla fingere? Poiché il consigliere inesperto non può fare altro che inventarsi una favola affinché il consigliato se ne vada felice… E ci si chiede perché il sacramento della riconciliazione sia il più rifuggito dai credenti? Sacramento ridotto, in gran parte, alla ripetizione dei limiti infantili (bugie, brutti pensieri, invidie, ire in famiglia…) e raramente condotto al suo centro, che è il rapporto essenziale con Cristo (da un lato) e con se stessi (dall’altro), mentre il male scava ogni giorno una tana infelice che, ormai, o si tace o si accenna ai tecnici della mente.

Come si può onestamente presiedere la cena del Signore quando non si sia in grado di governare un desco personale, familiare, quotidiano? Che cena presiede il presbitero/giovane, che non ha l’esperienza di apparecchiare alcuna tavola per alcun commensale, nel concreto della propria esistenza?

Forse l’unico sacramento che il giovane/anziano potrebbe onestamente celebrare è il battesimo: dove si accoglie come si è stati accolti. Sacramento che, non per caso, appartiene a tutta la Chiesa e, in particolar modo, al diaconato. Ecco, forse, una dele strade: che invece di giovani che si devono inventare anziani, a 25 anni (per un decennio? un ventennio?) si valorizzi il diaconato, sacramento di puro servizio senza governo; sacramento che invita a lavorare sull’accoglienza dell’altro nella sua carne e nel suo corpo. Ministero di accoglienza, appunto, non di gestione. Dove la sacralità sia nel servizio e non nell’uomo che lo riveste.

Un “diaconato lungo” potrebbe anche essere la strada per l’introduzione delle donne al ministero. E concederebbe ai presbiteri (gli anziani che sono anziani davvero) il tempo onesto per valutare chi dal servizio possa passare al governo.

 

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4 thoughts on “L’ossimoro: presbitero e giovane. E l’ipotesi seria di un diaconato (impermanente)

  1. Mi hai regalato un sorriso. E un ricordo: anni fa feci amicizia con alcuni mormoni della mia città. Giravano a coppie, impeccabili nella loro camicia bianca, con tanto di distintivo. E sul bavero, l’appellativo di identificazione: “Anziano Brown”, “Anziano Smith”. Avevano sì e no 23 anni ciascuno.
    Che siano forse le etichette a supplire all’intemperanza di un governo improponibile a quell’età? D’altra parte, sacerdozi e ministeri di etichetta ci circondano…
    Un saluto dall’Africa equatoriale, dove i presbyteroi non hanno età

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