Preti, deserti e tentazioni

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La confusione tra sacerdozio (ministeriale) e presbiterato; l’accumulo di ministeri e di carismi ecclesiali nella medesima persona del prete; l’esercizio di un potere “assoluto” sia nel campo temporale che in quello spirituale sono certamente tre delle piaghe del ministero del prete oggi. Ve ne sono certamente altre, e vi sarà (nelle cose umane il forse è sempre da tener presente) tempo per riflettere.

Ma mi sembrava necessario partire da queste prime, per non dimenticare le radici e non fingere che “tutto va bene”, una volta di più. Nella scorsa settimana ancora, sui giornali campeggiavano le notizie della condanna (questa volta anche ecclesiale) nei confronti di don Mauro Inzoli (altra figura la cui situazione è paradossale: fondatore del Banco Alimentare e ora “dimesso dallo stato clericale”) e di due anziani sacerdoti di Verona (il tragico caso degli abusi nel collegio per sordomuti…: ancora una volta, situazioni di carità che si trasformano in abusi di potere…). Personalmente, in questi giorni, sto ricevendo anche notizie tristissime che non appaiono sui giornali, per la fortuna e la serenità delle persone stesse coinvolte e delle famiglie. Né, per me, è di grande consolazione quel che molti sottolineano, ossia che con Benedetto XVI questi casi vengono, finalmente, stigmatizzati anche in ambito cattolico. Non mi consola, perché non affronta il problema: semplicemente, e in modo diverso, lo nega in quanto problema ecclesiale, riducendolo alla colpa di alcuni.

Comunque la si pensi, è evidente che siamo di fronte a un lento stillicidio che continua a ferire, inevitabilmente, tutti, e che riguarda, lo ribadisco, non solo i preti accusati, ma l’intera comunità in cui sono stati formati e i criteri stessi di formazione; la storia del presbiterato e i silenzi secolari, e le connivenze che, temo, ancora dovranno rivelarsi.

La questione in gioco è ben più grande di quel che si voglia lasciar pensare e, nuovamente, riguarda la relazione tra potere e servizio, in tutte le sue forme: persino quella in cui il servizio appare travestito di carità. Vestizione, quest’ultima, che svela tutti i rischi di un’ascesi astratta, non integrata nell’umano.

Voglio soffermarmi su un testo evangelico che mi ha sempre colpito particolarmente: quello, cosiddetto, delle tentazioni nel deserto.

Nel drammatico dialogo di Cristo con il Satana emerge una chiara e terribile evidenza: tutte e tre le “prove” che il “tentatore” propone a Cristo mettono in gioco le sfaccettature di una religione confusa e collusa col potere: rendere le pietre pane (il miracolo del bene per sé e per gli altri); gettarsi dal tempio (sperando in una divina salvazione); governare la terra intera (pretesa di ogni religione che si pretende universale): quale ruolo sacrale non ha incontrato, nella sua storia queste tre terribili dinamiche? E le risposte di Cristo: priorità alla Parola di Dio (anche a fronte della volontà di salvare il mondo nutrendo se stesso e i poveri); discernimento (anche nell’ambito del credere, anzi: soprattutto! dinanzi a una fede malintesa, che Gesù non si perita di chiamare col suo nome: tentare dio); distinzione tra ciò che va venerato e ciò che non va venerato (per quanto il secondo sia garanzia di più immediato potere); le tre risposte di Cristo a Satana non lasciano spazio ad alcun dubbio: prima di cominciare a “predicare e compiere prodigi” occorre che in coscienza si sappia distinguere tra Dio e il Mammona più pericoloso: quello della religione con le sue forme e strutture; prima di “governare la chiesa e il mondo” occorre saper rispondere alle accuse del Satana, avere la consapevolezza che il processo intentato dal cielo (processo di cui il Satana è avvocato accusatore) conduce alla sbarra innanzitutto non l’uomo laico, ma l’uomo religioso. E’ Giobbe a essere processato. E’ Cristo. E’ chiunque decida di mettere se stesso in gioco sulle questioni di Dio, dell’Assoluto.

Io, in questo momento, sono l’accusato, di fronte al tribunale celeste, perché non si può pensare di poter parlare di Dio impunemente. Processato è chi legge il vangelo, non chi “passa lontano”.

Mi fa sorridere chi afferma che la Chiesa è messa oggi alla gogna dai media e da un attacco laicista. Non è questo che dovrebbe preoccupare il credente, ma il fatto che la fede sia una cosa talmente seria da obbligare ciascuno non alla sbarra del processo umano, ma a quella del processo divino. Cristo, nei giorni della sua passione, non era preoccupato principalmente dal tribunale di Pilato e di Erode (ai quali rispondeva con un rimando deciso all’Assoluto e alla Verità); lo era, in parte, dal tribunale di Anna e Caifa (in quanto sacerdoti, partecipi di un sacro pericoloso e mimetico, scimmia del Vero); ma lo era, soprattutto, del tribunale di Dio: di fronte a quello, vi era la necessità che Gesù fosse “trovato giusto”. Che gli altri due (quello laico e quello religioso) lo condannassero a morte conduceva semplicemente al riconoscimento della fragilità di ogni giudizio umano: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. Mistero del condannato che perdona ugualmente chi crocifigge e chi è crocifisso (il buon ladrone…).

Mi accorgo che, man mano le mie riflessioni proseguono, si aprono abissi e si rischia di perdere il centro. Mi rendo conto che più che riflessioni, sono confessioni. Ma credo inevitabile questo cammino. Mi vien da pensare a una cosa così elementare da sembrare ridicolo persino scriverla: quando la posta in gioco, nel ministero pastorale, è davvero così alta, da pretendere la completa messa in gioco di sé di fronte al mondo, alla Chiesa, all’Assoluto, è possibile chiedere che ad essa vengano esposti uomini di 25 anni?

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2 pensieri riguardo “Preti, deserti e tentazioni

  1. E’ una bella domanda quella finale. Io non sono prete e non voglio rispondere a posto loro. Posso fare una domanda su quello che mi riguarda: è giusto pretendere la fedeltà coniugale a un uomo come me verso una sola donna che magari si ammala?

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